In regione 206 imprese attive nel settore: nel 2010 erano 45. Ma aumenta anche il numero di quanti soffrono di ludopatia e di dipendenza

di Cristina CONTI

Slot mob

Un incremento del 358% in tre anni. Dal 2010 in Lombardia i gestori di slot e macchinette sono quasi quadruplicati: a dirlo è un’elaborazione dell’Ufficio studi della Camera di Commercio di Monza e Brianza su dati Registro imprese. Un trend in linea con il resto d’Italia: a livello nazionale, infatti, l’incremento è stato del 370%.

Nella nostra regione nel 2010 erano 45 le imprese attive nella gestione di apparecchi che consentono vincite in denaro e funzionanti a moneta o a gettone. Oggi, invece, i gestori di slot e macchinette sono 206, con un incremento di 161 imprese. A detenere la palma della classifica è Milano (59 imprese), seguita da Brescia (34), Bergamo (31) e Varese (19, qui però nel 2010 non c’era nessuna attività); a Monza e Brianza sono 12 le imprese che gestiscono slot e affini.

Non solo macchinette e slot, ma anche videopoker, scommesse on line e lotterie. Con la crisi economica si alza la febbre del gioco d’azzardo. Da un lato aumentano le imprese del settore, dall’altro per qualcuno tentare la sorte è diventata una vera e propria dipendenza. «Le persone più coinvolte dal fenomeno sono proprio quelle più povere, che appartengono alle classi meno abbienti, le più colpite dalla crisi», osserva Pietro Giordano, segretario dell’Adiconsum. Durante la crisi economica il SuperEnalotto, le scommesse e in generale tutti i giochi sono esplosi: giocano tutti, anche chi di solito non lo faceva. «Eppure basterebbe togliere il premio in denaro, per esempio usando buoni spesa, qualcosa insomma che mantenga l’ebbrezza, l’adrenalina e la suspence, ma senza l’uso dei soldi, per evitare di ridurre sul lastrico la povera gente e di riciclare il denaro guadagnato con traffici illeciti», conclude Giordano.

Il fenomeno dipendenza sta aumentando soprattutto tra i minori. I dati dell’indagine nazionale sul gioco d’azzardo nei giovanissimi, promossa dalla Società Italiana Medici Pediatri (Simpe) e dall’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidòss), dicono che un ragazzo su 5 tra 10 e i 17 anni ha giocato almeno una volta la propria paghetta. Un fenomeno inquietante. «Spesso per molti genitori non è un problema – spiega Giuseppe Mele, presidente Simpe -. Ma è un errore sottovalutare la situazione, perché un bimbo che si gioca la paghetta alla sala giochi diventerà molto probabilmente un adulto che butterà lo stipendio in qualche sala scommesse».

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