In migliaia hanno voluto partecipare alle esequie dell’Arcivescovo emerito di Milano, e non tutti hanno trovato posto in Duomo. Studenti, lavoratori, anziani, ma anche tante famiglie che ricordano con affetto e gratitudine quel “loro” Pastore che ha saputo dialogare con tutti. Anche con i non credenti.

Testo di Stefania CECCHETTI
Foto di Luca FRIGERIO

Martini funerali

Capita, partecipando ai funerali del cardinale Martini, di incontrare tanti conoscenti, di stringere mani, di ritrovarsi in uno sguardo triste ma nello stesso tempo complice. Proprio come succede al funerale di un amico o di un parente. Perché quelle che si sono celebrate oggi in Duomo sono sì le solenni esequie di un grande protagonista della Chiesa contemporanea, ma anche quelle di un amico della gente, del semplice pastore che ha condotto la sua diocesi per 22 anni, imprimendole indelebilmente la sua impronta. Insomma, un pezzo di storia nella vita normale di tutti noi.

«Martini è Milano» ha riassunto bene Michele, 46enne che è riuscito a mollare il lavoro per un’ora e a essere presente, anche se solo da fuori, davanti ai maxischermi allestiti in piazza. Come lui, le tante altre persone che non sono riuscite ad entrare: alle 15.30, mezz’ora prima dell’inizio della celebrazione, l’accesso alla cattedrale non era già più consentito per esaurimento dei posti disponibili.

A sfidare la pioggia imminente e un freddo insolito per questo inizio di settembre gente di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali. Ma soprattutto tanti quarantenni. Sono quelli che erano ragazzi quando Martini apriva la straordinaria esperienza della Scuola della Parola. Quelli che hanno avuto la vita segnata dalla sua presenza.

Come Sonia, 40 anni tondi tondi, che dice: «Sono cresciuta con lui, è stato il Vescovo della mia formazione, i suoi incontri sulla Scrittura mi hanno dato un’impronta forte. E questo non vale solo per me: con il suo esempio ha segnato una via per tutta la città, nel segno della Parola».

Anche Anna ha 40 anni. È venuta con il piccolo Davide, che sta per cominciare la terza elementare: «Sono qui con mio figlio un po’ per ragioni “logistiche”, ma anche per scelta. È già un’età in cui i bambini cominciano ad interrogarsi sulla morte. E poi mi piace che assapori il senso di appartenenza a una realtà cittadina ed ecclesiale». E proprio mentre Anna sta parlando siamo interrotte da un suo collega di lavoro, che la vede e si ferma a salutarla. Non si erano dati appuntamento. Comunità cittadina ed ecclesiale, appunto.

Isabella, sessantenne, è qui per render omaggio «a un grande uomo e un grande maestro». Una figura che ha seguito poco durante il suo ministero, ma che ha riscoperto qualche anno fa e che le è tuttora di sostegno in quel percorso non sempre facile che è la ricerca della fede. «Continuerò a scoprirlo nei sui scritti», dice. E per sua e nostra fortuna i testi per approfondire il pensiero di Martini non mancano di sicuro. A cominciare dalla sua prima, dirompente, Lettera pastorale, La dimensione contemplativa della vita: «L’ho riletta di recente e mi ha aiutato tanto nella preghiera personale. L’importanza di un percorso interiore, la necessità di fermarsi, sono dimensioni importanti che non andrebbero mai dimenticate. Anche in questo Martini ha segnato una linea».

Ci sono anche diversi giovani, come Lucia e Benedetta, 19 e 23 anni. «Non abbiamo conosciuto Martini direttamente – dicono -, ma solo tramite i nostri genitori e attraverso la comunità dei gesuiti di piazza San Fedele che frequentiamo». Del suo ministero apprezzano l’atteggiamento nei confronti dei non credenti, perché «se ti rivolgi a chi la pensa diversamente da te in modo aperto e senza pregiudizi è anche possibile scoprire di avere tanti punti in comune». Dello stesso parere è anche Mauro, sessantenne, che ha preso mezza giornata di ferie «per rendere onore a una figura dalla statura planetaria», come dice con un’iperbole che lui stesso definisce «di parte», dal momento che si professa non credente.

Mi colpisce la presenza di Maria Caterina, che ascolta in silenzio assorto l’omelia dell’arcivescovo Scola. È anziana ed è seduta su una sedia a rotelle. «Ha voluto esserci a tutti i costi», dice con uno splendido sorriso azzurro il marito Umberto, 77 anni portati più che bene. Per fortuna abitano vicino, lui è custode in uno dei palazzi del centro. «È stato un grande Cardinale – dice Maria Caterina, – perché si è preoccupato per i poveri, gli operai, i carcerati».

Un altro aspetto, quello della carità, di una figura poliedrica che le voci della gente raccolta in piazza Duomo vanno man mano a ricomporre, pezzo dopo pezzo. Ma forse la descrizione più toccante, nella sua semplicità, è quella che Rupika, quarantenne di origini srilankesi, esprime a stento, superando la timidezza e l’ostacolo della lingua: «Sono venuta a pregare per il cardinal Martini, che era un uomo buono».

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