La salute tra speranza e utopia

Se vuoi puoi guarirmi

La richiesta piena di fiducia che ogni malato indirizza al suo medico rievoca le parole dell’uomo che duemila anni fa si rivolse a Gesù sperando nella guarigione. Ma come può un medico riuscire a curare efficacemente il suo paziente senza scivolare nelle insidie di un delirio di onnipotenza? Malattia, sofferenza e morte sono passaggi obbligati nella vita di ogni uomo e ne mettono a nudo l’enigma di essere capace di pensare l’infinito ma segnato da una inevitabile finitezza. Quando il malato chiede al medico di preservare o ristabilire la sua salute fisica in verità la sua richiesta custodisce in sé una parola soltanto: salvezza, la possibilità di durare per sempre.

La domanda di salute, dice il cardinale, è domanda che la vita sia resa in pienezza come tutto il nostro io sembra promettere. Impossibile separare salute e salvezza, cura del corpo e dimensione spirituale. Se non si accoglie in pieno questo appello non si potrà mai offrire un atto terapeutico adeguato. La cura deve nascere dalla consapevolezza che ogni essere umano è unità di corpo e spirito e quindi non si può pensare alla salute senza contemplare le domande sul senso della vita umana e della sua morte. Per quanto avanzate siano le tecnologie sanitarie, infatti, la materia biologica è destinata comunque a deteriorarsi e dissolversi, nessun medico è in grado di offrire “la cura definitiva”. La malattia mette a nudo l’uomo mostrandogli la sua natura di essere dipendente dall’altro ed esposto al nulla. Accompagnare il malato nell’ultimo tratto del suo cammino terreno con amore e comprensione vuol dire affidarlo “a una compagnia più grande della nostra” quella del Cristo, l’unico che ci ha guariti veramente e per sempre.

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