Milano e l’Italia chiamate ora a lavorare per rendere stabile la figura del «nuovo cittadino», capace di apertura, di accoglienza, di dialogo, di condivisione, di vicinanza e di solidarietà

del cardinale Angelo SCOLA
Arcivescovo di Milano

Scola_Expo

Adesso che Expo 2015 ha chiuso i cancelli, possiamo dire che la sfida lanciata a Milano da questo evento mondiale è stata sostanzialmente vinta. Fino all’ultimo momento avevamo paura di non farcela, anche se nel profondo eravamo certi della riuscita.

Ancora una volta l’indomita volontà di non arrendersi mai, la passione per il lavoro ben fatto, spendendosi giorno e notte per raggiungere l’obiettivo, e lo spirito di corpo dei milanesi, vecchi e nuovi, in sinergia con gli ospiti di tutti i paesi del mondo, hanno fatto il miracolo. E puntuale, il 1° maggio 2015, Expo ha aperto i cancelli.

In sei mesi vi sono passati oltre 21 milioni di visitatori, molti dei quali sono tornati più volte, nonostante le code talora estenuanti. In grandissima parte si è trattato di famiglie al completo con i più piccoli nei passeggini, di insegnanti, di liceali e studenti universitari, di lavoratori, arrivati la sera o durante le ferie, di ragazzi di oratori e associazioni, di nipoti, ma anche di nonni… Insomma, a Expo abbiamo visto un popolo, fatto di gente comune.

Cosa li ha spinti ad affrontare la fatica delle ore in piedi ad aspettare il proprio turno per entrare, magari solo per qualche minuto, nei padiglioni, il caldo e la calca, e i chilometri macinati pur di non perdersi nulla? La curiosità, certo, incrementata di giorno in giorno attraverso il passaparola dei primi visitatori; ma anche il bisogno, magari inconsapevole, di vedere dal vivo questi brani di mondo, di incontrarsi con la gente «faccia a faccia». Eppure sul web, standosene comodamente seduti a casa, avrebbero potuto conoscere molto di Expo… Ma non c’è tecnologia che possa sostituire il gusto dell’incontro in presa diretta con uomini e cose. L’uomo, non mi stanco di ripetere, è una persona-in-relazione e non può rinunciare a con-vivere, condividendo con gli altri l’avventura dell’esistenza.

Mettendo a tema le energie per la vita e la nutrizione del pianeta, Expo 2015 non ha potuto eludere lo scandalo della fame di cui ancora oggi troppi nostri fratelli sono vittime nel mondo. Qualche timidità su questa tragica situazione va però rilevata. Bisogna invece dire con forza che il problema della fame è risolvibile. Le folle di visitatori ne hanno preso più acuta consapevolezza, anche grazie a iniziative concrete di coinvolgimento, come quelle della Caritas.

Non di solo pane: il Padiglione della Santa Sede, e lo stand della Caritas, hanno voluto dare visibilità alla proposta di ecologia integrale fatta da Papa Francesco con la recente enciclica Laudato si’, offrendo una lettura completa e coraggiosa delle scottanti questioni collegate ai temi di Expo. Con mezzi modesti, ma una comunicazione efficace – soprattutto grazie alla testimonianza dei tanti volontari – è stato possibile rendersi conto di come si può battere la «cultura dello scarto» con la creatività della carità (mi sembra emblematica in questo senso l’iniziativa del Refettorio ambrosiano e quella della “Cena sospesa”), vivendo, da subito, la «cultura dell’incontro» invece che quella dello scontro, per usare espressioni care al Papa.

Expo, tuttavia, domanda ora a tutti noi un ulteriore passo. Nella Laudato si’ si legge che «quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti» (LS 160). È proprio questa domanda di senso – significato e direzione allo stesso tempo – a non poter restare inevasa. Essa richiede una risposta personale e comunitaria. Eventi come Expo costituiscono anzitutto una grande provocazione educativa per tutta la società civile.

Milano e l’Italia, che hanno trovato nell’Expo un sussulto di rinnovamento, sono ora chiamate a lavorare assiduamente per rendere stabile la figura del «nuovo cittadino» che sta lentamente emergendo, capace di apertura, di accoglienza equilibrata degli stranieri, di paziente e instancabile dialogo, di condivisione di chi è nel bisogno, di vicinanza e di solidarietà effettiva. Tutte le istituzioni pubbliche nelle loro varie articolazioni, con tutti i soggetti della società civile, in primis la famiglia, la scuola e ovviamente anche la comunità cristiana, promuovano una sussidiarietà piena, fatta di autentici diritti e di libertà realizzate.

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