Il cardinale Scola, nella basilica di Sant’Ambrogio, ha incontrato le famiglie e i Gruppi di Spiritualità familiare. «Siate capaci di portare il pensiero e il cuore di Cristo a tutti anche nelle situazioni di difficoltà»

di Annamaria BRACCINI

Scola famiglie Sinodo 2016

Alla vigilia della Festa della Famiglia secondo il Rito Ambrosiano e in un pomeriggio in cui le questioni familiari sono al centro della cronaca e della riflessione dell’intero Paese, il cardinale Scola incontra i Gruppi di Spiritualità familiare che provengono dalle sette Zone pastorali della Diocesi. Un appuntamento promosso dal Servizio per la Famiglia, a cui partecipano circa quattrocento persone di tutte età, riunite nella basilica di Sant’Ambrogio, per ascoltare la parola dell’Arcivescovo e testimonianze, appunto, di vita e animazione familiare. 
E così il Cardinale varca la Porta santa – una delle tre di Milano – accompagnato da alcuni rappresentanti, per ciascuna Zona, dei Gruppi presenti: si prega insieme, si legge il Vangelo di Luca nel famoso episodio dell’affannosa ricerca di Gesù da parte dei genitori; il saluto di benvenuto è portato da don Luciano Andriolo e dal diacono Luigi Magni, che con la moglie Michela Tufigno, sono i responsabili del Servizio per la Famiglia e siedono, infatti, accanto a Scola, così come il Vicario Episcopale di Settore, monsignor Luca Bressan e alcune coppie tra cui due che raccontano la loro vita insieme. Maria e Francesco, sposati da trentacinque anni, quattro figli, con un cammino di fede partito fin dal fidanzamento e sfociato nei Gruppi di Spiritualità definiti «una grande occasione di crescita». 
«Cerchiamo di essere una piccola chiesa domestica, senza moltiplicare iniziative e simboli esteriori, perché abbiamo capito che la missione inizia all’interno della coppia. La famiglia è il luogo privilegiato in cui si tra vive l’amore, la fraternità, l’attenzione per l’altro, è spazio primario per l’educazione al pensiero di Cristo. Accogliendo sempre e comunque i figli, che si allontanano o non rispondono alle nostre aspettative, impariamo l’accoglienza per tutti, cercando di creare umanizzazione», dicono. E se, certo, quel 36% di genitori incontrati in parrocchia, per il battesimo dei loro figli, che non sono sposati e i pochi matrimoni cristiani, interrogano le coscienze – aggiungono –  «abbiamo imparato a non giudicare». 
Da qui la domanda all’Arcivescovo: «Come le nostre famiglie possono accompagnare le persone che vivono nuove unioni, convivenze e separazioni? Il linguaggio deve cambiare e forse il nostro modo stesso di essere chiesa nella città?». 
Poi è la volta di Carlo e Roberta, sposi da ventotto anni, «il nostro cammino è stato un insieme di sì, di coraggiose alzate di mano. Abbiamo avuto la fortuna di crescere negli Scouts e in oratorio, con la passione di fare qualcosa di buono e di capire cosa succedeva nel mondo». 
Infatti, Carlo parte per l’Africa appena laureato, Roberta lo raggiunge, decidono di sposarsi, anche se non hanno né casa né lavoro. Tornano in Burundi, vivono in comunità con volontari e missionari, nascono i primi due figli, poi adottano una bimba orfana. Ora, hanno sei figli, di cui uno in affido e, dopo diciotto anni vissuti in Comunità, scandiscono: «quando c’è amore non c’è mai rimpianto. La nostra vita è stata guidata dal filo colorato dei tanti incontri che abbiamo avuto, cercando sempre di essere testimoni di Cristo per ogni persona» 
«Quando pensiamo a questa Chiesa milanese, ci domandiamo come si possa annunciare con gioia la buona notizia, magari con strade nuove». 
Una sollecitazione da cui si avvia la riflessione del Cardinale: «Dobbiamo sentirci solidali con tutte le realtà familiari, al di là delle ferite, con un’apertura e un abbraccio segnato da uno stile pieno di cura nella verità e nella misericordia. Pensiamo al brano evangelico e allo “stupore addolorato” di Maria e Giuseppe di fronte alla perdita del figlio. Tutti noi, nella vita, siamo chiamati a fare esperienza dello stupore. Pensate quando avete messo al mondo i vostri figli, quando, accogliendoli, li avete aperti alla promessa di felicità che deve però trasformarsi in un compito di dono personale di sé capace di fare spazio all’altro. Questa è l’educazione elementare all’amore». 
Dunque, la prima e migliore risposta ai nodi stringenti del presente è la testimonianza, con la sua quotidianità e normalità. Termini che, non a caso – l’Arcivescovo lo sottolinea – sono emersi dalle entrambe le narrazioni.  
«Il dono che la famiglia ci offre è immergerci nel quotidiano fatto di piccole e grandi cose. Esperienza, questa, comunque comune a tutte le donne e gli uomini, nel lavoro, negli affetti, nel riposo, nella festa, nell’educazione, nel gusto di creare e di vivere la comunione come grande dono dello Spirito, nell’affronto del dolore, nell’edificazione della società». Insomma, come diceva san Giovanni Paolo II, in quel “quotidiano che diventa eroico”. «Dobbiamo ritrovare la sensibilità verso questo quotidiano che è la realtà. Ognuno di noi non può essere a suo agio se prescinde dalla realtà fatta anche delle unioni di fatto, dei separati, dei divorziati». 
Il riferimento è alla cesura drammatica tra fede e vita. «Sono convinto – nota, infatti, Scola – che il compito della famiglia si riveli nel tentativo di ricucire questo distacco, vivendo la famiglia stessa  come chiesa domestica di ogni giorno secondo il pensiero e i sentimenti di Cristo». 
Emerge così un primo compito che l’Arcivescovo raccomanda ai Gruppi di Spiritualità: «Prendersi cura delle famiglie, nell’accoglienza di tutti e in una prospettiva di cammino. La famiglia non è solo oggetto di cura  – guai se non lo fosse  – ma occorre essere consapevoli che lo scopo di tale cura è vivere il quotidiano secondo il cuore di Gesù». 
Questo, secondo il Cardinale, è il punto cruciale e la «questione prevalente» indicata dai due Sinodi: «che la famiglia divenga soggetto di evangelizzazione, tendendo a superare la frattura tra la pratica domenicale e la vita cosiddetta di tutti i giorni. I Gruppi familiari devono fare crescere questa coscienza». 
L’esempio è chiaro: «Si dibatte tanto in questi giorni sulle unioni civili, se devono essere o meno riconosciute, dunque, ciò deve diventare occasione di lavoro nei vostri Gruppi, allargandovi, però,  coinvolgendo magari i vicini di casa, gli amici, i conoscenti. Fate, se serve,  un incontro di gruppo in meno, ma sparpagliatevi tra le case riprendendo stili ed esempi di vita concreta, partendo da bisogni e domande reali, dando vita a un dialogo nell’ottica del pensiero di Cristo». 
Tale è la missione, suggerisce il Cardinale perché «in ciò consiste quel cambiamento di stile che non è frutto di una strategia, ma è immersione nella realtà realizzata attraverso la lettura dei bisogni. È la testimonianza diretta di un’esperienza reale di amore che muta il linguaggio». Che costruisce quel nuovo “lessico familiare” in grado di affrontare la stanchezza di questi tempi e di produrre un entusiasmo – «è bello vedere stasera tra voi tante persone dell’età di mezzo che non vedo spesso in parrocchia» –, che nasce da sé, perché se viviamo qualcosa di bello non possiamo non  comunicarlo. 
Come a dire, cambiare “stile” non è questione burocratica, ma di vita, di gente capace di giocarsi, di “metterci la faccia”, di impegnarsi, per esempio con l’Associazione “Nonni 2.0” appena nata in Diocesi. 
E tutto perché la famiglia sia, sempre più e meglio, chiesa domestica, per usare la bella espressione di san Giovanni Cristostomo, ripresa dal Concilio, ma che stenta ancora ad avere il suo vero peso. «Occorre valorizzare il ruolo dei laici: voi siete chiamati a un’assunzione di responsabilità diretta, a un protagonismo effettivo nel quotidiano. Su questo mi permetto di insistere e questa è la mia  consegna perché fino a che la nostra Chiesa non affronterà nel concreto questa questione resterà per forza fragile e rischierà, in un mondo complesso come il nostro, di diventarlo ancora di più. C’è bisogno di una densità di amore molto forte, perché, nonostante i nostri limiti, ,a proprio perché crediamo in Gesù, possiamo essere il tramite per le famiglie ferite dell’esperienza veramente umana che è la vita in Cristo».

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