«La Diocesi di Vienna - spiega monsignor Bressan, che ha partecipato all'incontro del 10 dicembre in Duomo - sta affrontando sfide e prove più grandi delle nostre e non si ferma, affidandosi allo Spirito santo». Di qui l’invito per tutti a scrivere con la vita nuove pagine degli Atti degli Apostoli

di monsignor Luca BRESSAN
Vicario episcopale

Christoph Schönborn

Una ventata di aria fresca. Anzi, molto di più: un’esperienza inattesa e rigenerante di evangelizzazione. Ci siamo sentiti tutti evangelizzati! Era questo il messaggio che i volti di molti preti e laici, martedì 10 dicembre, esprimevano all’uscita del Duomo, con un misto di stupore e di meraviglia.

Ci eravamo preparati ad ascoltare una lezione (eravamo stati invitati a una scuola), a seguire dotti ragionamenti – magari un po’ faticosi – con lo scopo di rimotivare i nostri spiriti stanchi e anche un po’ sfiduciati… Niente di tutto questo! Siamo stati coinvolti in una narrazione appassionata e avvincente dell’esperienza di una Chiesa che sta affrontando sfide e prove ben più consistenti delle nostre, e ci siamo sentiti proiettati senza fatica e con molta scioltezza nello spirito degli inizi del cristianesimo. Si è parlato di Vienna, ma ci sembrava di sentire narrata una seconda volta la storia della prima evangelizzazione: le gesta degli Apostoli, gli slanci e le spinte di Paolo, tutto era di nuovo presente, vivo e attuale, capace di comunicarci l’entusiasmo, le fatiche, le gioie, le ansie dei primi cristiani; ma soprattutto la loro assoluta fiducia nell’opera dello Spirito santo che – da vero agente primario qual è – li guidava in un cammino di annuncio e missione i cui frutti non sarebbero di sicuro mancati.

A distanza di qualche giorno è utile raccogliere alcuni elementi di quell’incontro, perché la visita del Cardinale di Vienna, una volta sedimentate le emozioni belle e positive che ci ha trasmesso, possa svolgere il compito per il quale era stata pensata: condurci in un cammino di riscoperta e di rimotivazione della dimensione missionaria della nostra fede.

Come evangelizzare le nostre odierne metropoli, questo era il motivo dell’invito e dell’ascolto del cardinale Schönborn: come immaginare oggi una presenza cristiana che sappia, dall’interno della cultura urbana che abita e condivide con gli altri uomini, vivere una fede credibile e contagiosa. A queste nostre attese l’Arcivescovo di Vienna ha risposto in tre modi: fornendoci una testimonianza, indicandoci un metodo, invitandoci infine a osare a nostra volta i passi che la sua Chiesa sta vivendo.

La testimonianza di una Chiesa dinamica perché missionaria

Il cardinale Schönborn ci ha conquistato da subito perché ha cominciato la sua lezione inquadrandola nel registro della testimonianza. Ci ha descritto la Chiesa che guida senza giri di parole e finti pudori, ma nemmeno indugiando sul lamento e sulla commiserazione. Ci ha raccontato le sfide e le debolezze delle sue comunità, gli scandali che hanno vissuto, la faticosità della situazione in cui si trovano. Ma tutti questi elementi li ha inquadrati all’interno di un orizzonte preciso: la certezza che lo Spirito non ha abbandonato la Chiesa di Vienna; e, di conseguenza, la necessità per la sua diocesi di rimanere concentrata sull’essenziale della sua presenza nel mondo, sul perché profondo del suo esserci tra gli uomini, in una parola sulla missione.

Non ci sono alibi alla missione, non ci sono debolezze o peccati che possano distogliere la Chiesa da questo suo compito. È la percezione di questa urgenza che dà dinamicità alla Chiesa, togliendole di dosso la polvere della stanchezza e del risentimento. «Prima la missione!», ci ha ripetuto più volte il cardinale Schönborn. Una Chiesa concentrata sulla missione scopre improvvisamente di avere energie e dinamicità in quantità più che sufficienti per superare tutti gli ostacoli che le si presentano: questo è il primo insegnamento della lezione del 10 dicembre.

La Chiesa come comunità di racconto

Il Cardinale ci ha affascinato poi per un secondo motivo: ci ha portato in palestra, ci ha guidato a compiere con lui esercizi di scrittura e di racconto. Ci ha invitato a immaginare la nostra esperienza ecclesiale come un esercizio reale di narrazione delle gesta della Chiesa, esercizio avviato col libro degli Atti degli Apostoli, ma che prosegue sino a oggi.

Immaginarsi come comunità di racconto, assumendo il libro degli Atti come paradigma esemplare, è il segreto che consente alle comunità cristiane di pensarsi missionarie. Perché un simile esercizio ci porta in modo naturale ad assumere come punto di vista dal quale leggere la storia quello dell’azione di Dio, del suo disegno su di noi. Radunarsi e ascoltarsi non tanto per condividere in modo malinconico le nostre negatività, quanto piuttosto per cercare assieme la prospettiva giusta che ci consente di scorgere l’agire di Dio anche in una storia difficile e ostile: questo è il segreto che ha consentito alla Chiesa di Vienna di diventare missionaria, anche a partire dallo stato di sofferenza in cui si trova. E questo segreto il cardinale Schönborn non ce l’ha solo indicato, ma l’ha reso presente, l’ha condiviso con noi, agendo tra noi, agendo su di noi: ci ha davvero evangelizzati, ci ha consegnato non in modo figurato, ma realistico «la lettera d’amore che Dio ha scritto per ognuno di noi», come ha raccontato. E questo è il secondo grande insegnamento della lezione del 10 dicembre.

Il nostro sì alla missione

Comunità di racconto, la Chiesa non ha più paura ad assumere il posto che lo Spirito le assegna nella storia. Non sogna ritorni a un cristianesimo che non c’è più; non progetta immersioni utopiche in un futuro solo immaginato, ma poco realistico. Si accontenta di seguire passo dopo passo il cammino che lo Spirito le indica. Aderendo al reale, non soffre di complessi di inferiorità, ma con semplicità testimonia in modo pubblico il dono della fede ricevuto. Questo è il terzo insegnamento della lezione che la Chiesa di Vienna ci insegna. A noi apprendere.

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