Il tema della laicità, posto dal cardinale Scola nel suo intervento a Sant’Ambrogio, nel contesto della grave crisi economica, sociale e politica

di Mauro MAGATTI
sociologo ed economista, Università Cattolica

Magatti

Quale relazione esiste tra il tema della laicità – posto dal cardinale Angelo Scola nel suo Discorso di Sant’Ambrogio – e la grave crisi economica, sociale e politica che stiamo vivendo? Anche se molti commentatori sembrano non aver colto la questione, è questo il modo per cogliere la centralità della riflessione proposta.

La crisi cominciata su scala mondiale nel 2008 e che trova poi una declinazione specifica su scala europea e italiana, ha certamente molte cause specifiche. Ma, al fondo, come Papa Ratzinger ha icasticamente colto nella “Caritas in Veritate”, c’è lo slittamento del mondo occidentale verso un mondo senza Dio. Come se, nell’ultima parte del XX secolo, le premesse filosofiche e gli sviluppi tecnologici e culturali avessero creato una miscela esplosiva che da un lato ha stimolato una potente espansione e dall’altro ha slegato in modo molto profondo relazioni e significati. Nel quadro di radicale soggettivismo e di dispiegamento tecnico nel quale viviamo, il presupposto delle stesse democrazie occidentali – sorte sul ceppo della cristianità – si è gravemente indebolito, slittando verso quella sparizione di Dio che il Cardinale denuncia.

In base all’idea di laicità che si afferma, la religione viene ridotta a puro atto privato, interiore e sentimentale e, per questa via, inglobata nel regime dell’equivalenza dove tutto è semplicemente una opinione e, come tale, irrilevante. La perdita di valori comuni, lo slegamento dei rapporti familiari, la crisi delle istituzioni politiche, l’aumento delle disuguaglianze, la prepotenza della tecnica – finanziaria o medica – sono tutte figlie di una cultura nella quale è l’uomo che, avendo “ucciso” Dio, si sente onnipotente. Per questo, il Papa ripete da tempo che la crisi è, prima di tutto, spirituale.

Ecco allora la piena attualità della questione della laicità. In realtà, la pretesa espulsione del religioso – espulsione che neppure riesce a completarsi dato che la domanda di senso e le riserve di significato custodite dalla grandi Chiese sono troppo radicate per essere estirpabili – non va a danno solo della religione, ma della libertà in quanto tale. Come appunto la crisi dimostra. Dunque, se ammettiamo il problema, allora possiamo cominciare a ridiscutere in modo nuovo – guardando al XXI secolo piuttosto che al XIX – il tema della laicità. La rivoluzione francese ci ha lasciato in eredità la nozione di laicità, da intendersi come quella condizione in cui un pensiero non religioso – laico, appunto – trova il suo spazio e la sua legittimazione in un mondo dominato da una visione dettata dalla Chiesa istituzionalizzata. Da qui, con la formazione dello Stato “laico” lo sforzo teso a contenere l’influenza religiosa entro confini ben definiti, relegandola e imprigionandola nello spazio del privato, fino a che essa conosce forme settarie di gruppi e movimenti collettivi che la ributtano dentro la sfera pubblica secondo modalità (anche violente) distorcenti la sua realtà.

Ora, però, occorre domandarsi se non sia venuto il momento di rivedere quella visione di laicità. Il punto che sfugge alla cultura contemporanea è che la religione per sua definizione – nella misura in cui pone le domande di senso a proposito della condizione umana – detiene uno statuto specifico. Chi ha a cuore la libertà, e coglie limiti e contraddizioni dell’esperienza che, come contemporanei, ne facciamo, può essere disposto a riconoscere che dovrebbe rientrare nell’idea di un bene di tutti – credenti e non credenti – il fatto che, nel panorama della nostra vita sociale, sia riconosciuto, mantenuto e salvaguardato quello spazio di senso che le religioni esprimono.

Dentro a un mondo che si chiude nell’immanenza più assoluta, salvaguardare gli spazi della trascendenza, nel solco di tradizioni millenarie che custodiscono un patrimonio immenso di conoscenza e sapienza, va visto come un atto profondamente “laico” in grado di qualificare, positivamente, la sfera pubblica delle società avanzate. Un tale atto di libertà ha infatti il merito di recuperare e rispettare quel tratto tipicamente umano del trascendimento che permette di porsi in relazione verso qualcosa che va al di là del contingente inteso come immanenza stretta, qualcosa che dia conto del desiderio umano di oltrepassare i limiti nel momento in cui li riconosce e li assume come forma dell’esistenza.

Vista così, la dimensione religiosa dell’uomo non è soltanto un afflato spirituale o intimistico, una spinta interiore a dialogare con entità soprannaturali, ma è un’apertura al trascendente che nasce dalla realtà e la investe. Senza questa dimensione l’uomo è prigioniero del potere, diviene un numero, un “assistito” e non un soggetto responsabile, pronto sempre a pretendere risposte e non a intraprendere soluzioni.

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