Partire dal Concilio per essere credibili in una società che non capisce il tesoro della fede

di monsignor Luca BRESSAN
Vicario episcopale

La fede non è un principio astratto, ma una realtà molto concreta. Come ci ha indicato Papa Benedetto XVI, proprio qui a Milano lo scorso mese di giugno, la fede è una Traditio, una catena di testimoni che ci lega alla nostra sorgente, Gesù Cristo; catena di cui noi siamo l’anello presente. «Spetta ora a voi – ci ha detto il Papa -, eredi di un glorioso passato e di un patrimonio spirituale di inestimabile valore, impegnarvi per trasmettere alle future generazioni la fiaccola di una così luminosa tradizione. Voi ben sapete quanto sia urgente immettere nell’attuale contesto culturale il lievito evangelico».

Non per caso l’Anno della Fede si è aperto facendo memoria del Concilio Vaticano II: la nostra fede cresce e matura nella misura in cui è pronta a contemplare il passato che l’ha generata, nella misura in cui di esso si nutre e – assimilandolo – diventa una cosa sola con esso. E un momento di grazia, un dono dello Spirito come è stato il Concilio Vaticano II, chiede di essere assimilato e di diventare un tutt’uno con la nostra fede, perché ne sia la bussola.

Nella sua lettera pastorale, l’Arcivescovo ci invita a fare durante quest’anno esercizi di contemplazione, per irrobustire la nostra fede. Ci invita a contemplare il Concilio, i suoi testi e i suoi gesti; ci invita a ripercorrere la storia della fede nella nostra realtà di Milano, dal dopoguerra ai nostri giorni, lasciandoci prendere per mano dai pastori che da allora ci hanno guidato: Schuster, Montini, Colombo, Martini, Tettamanzi. Tutti questi pastori hanno fatto molto per sostenere la nostra fede, incidendovi tracce uniche e singolari, ma ben armonizzate da quello che il cardinale Scola indica come il filo rosso: «Un filo rosso lega le fasi degli ultimi sessant’anni della nostra storia: la consapevolezza che la fede in Cristo Gesù è la grande risorsa per la vita personale e comunitaria della Chiesa e della società civile».

Un simile atto di contemplazione è un esercizio allo stesso tempo gratuito e necessario. Gratuito, perché dell’ordine della contemplazione, che ci introduce in un processo di relazioni di amore e intimità con Dio. Necessario, perché questo esercizio ci permette di assimilare le energie senza le quali non saremmo in grado di confrontarci con il compito che ci è assegnato: essere a nostra volta testimoni di quella fede che abbiamo appena contemplato.

La sfida della fede è tutta qui: essere capaci a nostra volta di far risplendere il tesoro dell’amore di Dio dentro una società e una cultura che attraverso tanti segni mostrano di non capire più questo tesoro. Siamo capaci in questo contesto, ci chiede il nostro Arcivescovo, di essere «credibili ancor oggi agli occhi nostri e a quelli del sofisticato uomo post-moderno? Siamo così posti di fronte al compito della nuova evangelizzazione. Esso ci chiede anzitutto di ridirci con semplicità cos’è la fede».

da Avvenire,20/10/12

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