Paolo Branca, responsabile per la Diocesi dei rapporti con l’Islam e membro del Comitato scientifico di Oasis, presenta l’incontro internazionale promosso dalla Fondazione a Sarajevo

di Cristina CONTI

Paolo Branca

Si svolgerà a Sarajevo lunedì 16 e martedì 17 giugno l’incontro internazionale del Comitato scientifico della Fondazione Oasis. Nata nel 2004 a Venezia, da un’intuizione del cardinale Angelo Scola, allora Patriarca, per promuovere la reciproca conoscenza e l’incontro tra il mondo occidentale e quello a maggioranza musulmana, la Fondazione studia l’interazione tra cristiani e musulmani e le modalità con cui essi interpretano le rispettive fedi nell’attuale fase di «meticciato di civiltà e di culture», partendo dalla vita delle comunità cristiane orientali: un processo storico inedito nelle sue dimensioni e inarrestabile nella sua dinamica.

Il tema dell’incontro di Sarajevo sarà “Tentazione violenza. Religioni tra guerra e riconciliazione”. Ne parliamo col professor Paolo Branca, responsabile per la Diocesi dei rapporti con l’Islam e membro del Comitato scientifico della Fondazione Oasis.

Perché la scelta di Sarajevo?
Il Comitato di Oasis si riunisce tutti gli anni. Di solito in Paesi arabi e islamici. Affrontare il tema della guerra e della pace proprio qui non è un dato secondario. La città infatti conserva le tracce di un conflitto recente e costringe a riflettere su una violenza occorsa solo vent’anni fa, alimentatasi anche di un riferimento etnico-religioso: questo sarà l’argomento centrale dell’incontro. Da questo punto di vista l’ex-Jugoslavia e i Balcani sono una realtà molto significativa. Quando si parla con la gente di queste guerre è la prima zona geografica che viene in mente. Quest’anno la scelta è caduta su Sarajevo anche perché è il centenario della Prima Guerra Mondiale: è una città importante per l’Europa.

Di che cosa si discuterà in particolare?
Al momento il programma è ancora provvisorio. Si parlerà soprattutto di conflitto e di quello giustificato su base identitaria, specialmente religiosa. Sempre più spesso, infatti, la religione è considerata fattore di divisione e di scontro tra popoli, più di ogni altri tra quelli di fede monoteista. Le religioni che hanno un unico dio sono viste come le più intransigenti rispetto alle altre: un luogo comune diffuso in epoca moderna. Invece sono innanzitutto luogo di arricchimento tra i popoli. È un tema su cui devono riflettere tutte le religioni e su cui è giusto interrogarsi insieme ai musulmani e alle comunità cristiane locali, coinvolte anche quest’anno come è avvenuto nelle occasioni precedenti.

La settimana scorsa papa Francesco ha pregato per la pace insieme ai leader di Israele e Palestina. Come le religioni possono favorire la riconciliazione?
Dovrebbero innanzitutto capire che il monoteismo è il primo passo per distinguere tra sacro e profano: si riconosce un Dio trascendente, solo Lui è sacro, il resto è creatura e fa parte del mondo. C’è poi una regola d’oro comune a tutte e tre le fedi: «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te». La guerra è in contrasto con i pilastri di ogni etica, perciò è da bandire. Ancora molti, inoltre, giustificano la guerra su base religiosa. Dio viene arruolato in tutti i conflitti armati: bisognerebbe però, una volta o l’altra, sentire che cosa ne pensa Lui…

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