L’impegno della Caritas ambrosiana contro la tratta di ragazze straniere

di Pino NARDI

Sabrina Ignazi

In dieci anni circa un migliaio di ragazze in Lombardia si sono salvate. Di queste, una su quattro ha accettato il cammino della Caritas ambrosiana, per uscire dal tunnel drammatico di violenza e umiliazione, recuperando la propria dignità di donna. Sono dati che infondono qualche speranza, anche se tantissimo lavoro è ancora da fare, rispetto alle migliaia di prostitute che praticano sulle strade di Milano e della Lombardia. Il 95 per cento sono donne, anche se non manca la prostituzione maschile. Da via San Bernardino suor Claudia Biondi e il suo staff non demordono e continuano un lavoro oscuro, ma efficace non per debellare la prostituzione, ma almeno recuperare a nuova vita più ragazze possibili, portate sui nostri marciapiedi illudendole con un posto di lavoro pulito soprattutto da Nigeria, Romania e Albania. Un traffico di "carne umana" da parte di organizzazioni criminali senza scrupoli che vanno combattute in modo più efficace. Ma un grande lavoro educativo e culturale va rilanciato sul versante della domanda, verso migliaia di clienti, dalla vita "normale" che affollano le strade in cerca di una prestazione e poi tornano a casa da moglie e figli. Ne parliamo con Sabrina Ignazi è un’operatrice dell’Area tratta e prostituzione della Caritas ambrosiana. Da tempo è impegnata su questo fronte.

C’è chi vuole abolire la legge Merlin. Quei principi sono ancora validi oggi?
La legge Merlin fa riferimento alla dignità umana. Il principio cardine che esprime è che la prostituzione non può prevedere nessun tipo di forma di sfruttamento, compreso quella dello Stato. Sono criteri attuali. Certo negli ultimi 25-30 anni è emersa la migrazione delle donne straniere, soprattutto dall’Africa (in particolare dalla Nigeria) e dall’Est Europa. Chi sostiene che la prostituzione dovrebbe tornare ad essere un lavoro regolamentato non tiene in considerazione che nella maggior parte le donne, soprattutto straniere, non trattengono quasi niente di quello che guadagnano. Quindi lo sfruttamento è un elemento importantissimo.

Le leggi successive però hanno affrontato il fenomeno delle straniere…
Il Testo unico sull’immigrazione della fine degli anni ’90 tra l’altro prevede all’articolo 18 i programmi di protezione sociale e di aiuto alle persone vittime di tratta che aderiscono alla possibilità di intraprendere un percorso di vera autonomia. Ma, l’aspetto più importante, dà loro la possibilità di avere un permesso di soggiorno.

Qual è l’impegno della Caritas?
Fin dalla fine degli anni ’90 la Caritas ha avviato servizi in collaborazione con la Cooperativa Farsi Prossimo. Ha un’unità di strada di due operatori e un gruppo di volontari che di notte escono sulle strade e contattano le donne: prospettano loro la possibilità di aderire al percorso di aiuto e di autonomia. Significa lasciare la prostituzione, uscire dallo sfruttamento verso una collocazione in comunità. Caritas e Farsi Prossimo ne hanno una di prima accoglienza dove le donne restano tra gli otto mesi e un anno, perfezionano il percorso, vengono avviate al lavoro e ad alloggi di seconda accoglienza dove sono seguite dal punto di vista educativo. In un paio d’anni riescono ad essere autonome e ad avere la casa da sole o in condivisione e intraprendono un cammino di inserimento.

Di fronte alla proposta come reagiscono queste donne?
Hanno caratteristiche molto diverse in termini di reclutamento e di sfruttamento. Le donne nigeriane quando arrivano in Italia vengono messe nella condizione di dover pagare il "debito" all’organizzazione criminale che le ha portate e le sfrutta: si arriva anche a 50-60 mila euro. Inoltre prima di partire vengono sottoposte a riti legati alle religioni tradizionali che le condizionano profondamente. Pensano di aver contratto un vero e proprio impegno verso l’organizzazione criminale, che nella maggior parte dei casi le ha ingannate, promettendo un lavoro come baby sitter o commessa. La loro difficoltà ad accettare un’uscita dipende anche dalle ritorsioni nei confronti dei familiari lasciati a casa. L’altro estremo è di ragazze che considerano inaccettabile quella vita e scappano a qualunque costo.

E nel caso delle rumene?
Loro vengono irretite dal punto di vista sentimentale, nel senso che spesso vengono contattate da uomini che si fingono innamorati di loro, le convincono a venire in Italia. Però resta uno sfruttamento molto pesante.

Quante donne coinvolgete?
La sola unità di strada della Caritas incontra ogni anno nelle zone coperte a Milano circa 300 donne, la maggior parte rumene, nigeriane e albanesi, che dopo il boom degli anni ’90, stanno aumentando (+10-15%). I contatti annuali sulle strade sono 2-3 mila in Lombardia: secondo una ricerca Caritas qualche anno fa si sono registrati 4.500 contatti e poi sono cresciuti finché nel 2010 il totale annuo è stato di 15 mila con 3.500 donne.

Eppure l’altra grave questione è quella dei clienti…
Il discorso del cliente è centrale. In passato è stato poco indagato, ora c’è più attenzione. Il suo profilo è di una persona normale: spesso si pensa che chi compra prestazioni sessuali abbia qualche problema di tipo relazionale o fisico. Invece sono persone molto comuni: tra loro anche docenti universitari, professionisti, con una buona relazione con la propria partner, ovviamente ignara di queste frequentazioni.

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