A ben pensarci si ricorderà forse di averne visti di simili anche in altri edifici sacri, per lo più del tardo medioevo. Ma perché sono stati messi lì? Cosa sono esattamente? E che significato hanno?

di Luca FRIGERIO

Morimondo bacini cervo

A volte succede, ed è una meraviglia per gli occhi. In una tersa giornata d’inverno, o in un limpido pomeriggio estivo, il sole che cala all’orizzonte infiamma la rossa facciata della chiesa abbaziale di Morimondo, in un cielo smaltato d’azzurro. È soprattutto allora che lassù, nella parte più alta, ci si accorge di un particolare scintillio, del brillare di alcune decorazioni circolari che affascinano e incuriosiscono. A una prima occhiata appaiono come dei “piatti” di ceramica dipinta. Gli storici dell’arte li chiamano “bacini”, e a ben pensarci si ricorderà forse di averne visti di simili anche sulle facciate di altri edifici sacri, per lo più del tardo medioevo. Ma perché sono stati messi lì? Cosa sono esattamente? E che significato hanno?

Domande a cui qualche tempo aveva risposto una bella mostra presso l’Abbazia stessa di Morimondo. Un’iniziativa che aveva festeggiato il riconoscimento museale dato dalla Regione Lombardia per l’intero complesso monastico. Un museo atipico, dunque, non costituito da vetrine e singoli reperti, ma dall’insieme delle “pietre vive” di Morimondo, patrimonio artistico, storico e spirituale. Come per i nostri bacini ceramici, appunto, da ammirare in situ, preferibilmente con l’aiuto di un binocolo, magari dopo essersi orientati con le riproduzioni presentate in mostra.

Di questi “esotici” manufatti se ne contano oggi 24, provenienti probabilmente da una bottega siciliana, a costituire una collezione unica nel suo genere. Furono collocati sul finire del Duecento, quando cioè venne ultimata la realizzazione della facciata della chiesa, iniziata oltre un secolo prima, ma interrotta da problemi economici e perfino da saccheggi dell’abbazia.

Morimondo, infatti, prima fondazione lombarda dell’ordine di Citeaux, posta com’è a metà strada fra Pavia e Milano, fu fin dal principio luogo privilegiato di passaggio e di sosta, ma anche teatro di scontri e contese. Nella costruzione del tempio, i monaci seguirono per lo più le “regole” architettoniche di sobrietà e solidità che caratterizzano lo stile cistercense delle origini, rivendicando tuttavia una certa libertà nell’apparato decorativo, qui di gusto più “coloristico” ed esuberante rispetto alle severe norme dettate da san Bernardo.

E tuttavia, a Morimondo la sistemazione in facciata di questi “piatti” di ceramica non si giustifica solamente come una ricerca di effetti estetici, né con semplici analogie con altri cantieri coevi, come quello di San Bassiano a Lodi o quello di San Pietro a Viboldone. La loro disposizione, a formare quattro croci e due diagonali, pare infatti rispondere a un precisa ratio biblico-numerica, oggi ancora da svelare nella sua complessità (anche se l’allusione più immediata potrebbe far riferimento agli evangelisti).

Ma è soprattutto nei soggetti rappresentati su questi bacini che si individua un evidente percorso teologico. Si riconoscono, infatti, immagini care alla tradizione iconografica cristiana: come il pesce, simbolo di Cristo fin dalle origini, poiché la parola greca corrispondente costituisce l’acrostico dell’espressione “Gesù Cristo figlio di Dio, Salvatore”; o come il cervo, allegoria dell’anima che cerca la fonte della vera vita; o come le palme e le fronde di ulivo, dai molti riscontri nelle pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento. O ancora come il nodo di Salomone, non raro nella cultura cistercense, che simbolicamente rimanda alla concordia monastica, ma soprattutto alle due nature di Cristo, indissolubilmente unite e congiunte.

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