L’esperienza di Ilaria e Antonio che da anni accolgono in affido, con forme diverse, minori di ogni età. Oggi oltre alle due figlie vivono con loro due gemelline africane

di Luisa BOVE

affido

Ilaria e Antonio sono sposati da quasi 17 anni, hanno due figlie, Alice di 12 e Anna ne compie 9. Hanno alle spalle diverse esperienze di affido e nonostante le fatiche il bilancio è assolutamente positivo. Nel 2009 hanno avuto in affido due gemelle, originarie del Camerun, che allora avevano 3 anni e mezzo e vivevano in una comunità in Italia. «La decisione l’avevamo già presa anni fa, ancora prima che nascesse Alice – racconta Ilaria -, avevamo accettato un affido part-time di un bambino di tre anni che ci impegnava solo nelle vacanze estive e invernali perché i genitori con tre figli non riuscivano a gestire tutti».

Dopo un periodo di interruzione hanno aderito al progetto «Bed and breakfast protetto» del Cam, il Centro ausiliario per i problemi minorili, rivolto a ragazzi adolescenti dai 15 ai 18 anni o fino a 21 con il prosieguo amministrativo. «Sono ragazzi troppo grandi per andare in comunità o in affido e quindi vengono accolti in famiglia», spiega Ilaria. Hanno la cena assicurata, il posto letto e la colazione, per il resto della giornata vanno a scuola o a lavorare. «È emotivamente meno impegnativo per loro e intanto imparavano a diventare grandi in vista dell’autonomia. Abbiamo vissuto questa esperienza con un ragazzo per 8 mesi e con un altro per due anni».

Un’esperienza molto faticosa che ha indotto Antonio e Ilaria a prendersi una pausa. Nel frattempo è nata Anna, la seconda figlia. Poi cinque anni fa la più grande ha chiesto ai genitori: «Ma non c’è più nessuno che ha bisogno di una famiglia?». E così, tutti d’accordo, hanno deciso di riaprire la porta di casa. Dopo sei mesi di burocrazia sono arrivate due gemelline africane, che oggi hanno 7 anni e mezzo. «Questo affido sta andando molto bene», spiega Ilaria. Rispetto a quando le bambine erano in comunità, la madre ha iniziato a incontrarle: prima allo «Spazio neutro», un luogo protetto alla presenza di educatori, poi ogni 15 giorni da sola e ora le figlie vanno da lei tutti i fine settimana.

«In tre anni e mezzo questa donna ha fatto davvero un grande cammino – continua Ilaria -, ammette che stava male quando le hanno portato via le figlie di sei mesi e che hanno fatto bene, perché non era in grado di tenerle. Ma adesso si sente molto più capace ». All’inizio non è stato facile comprendere i comportamenti reciproci, anche a causa delle distanze culturali. «Per noi per esempio era incomprensibile che la madre, vedendo le figlie ogni due settimane, trascorresse tutto il tempo a fare le treccine. Poi abbiamo capito che è un modo di comunicare e di trasmettere la loro tradizione».

«Ora andiamo molto d’accordo – assicura Ilaria -, la madre è molto attenta perché vuole bene alle sue bambine. Per lei è stato importante confrontarsi con noi, ma dice sempre che se fosse rimasta in Africa tutto il villaggio si sarebbe occupato delle sue figlie. Quindi è normale che ci sia una famiglia che la affianca ». Il periodo di affido, che per le gemelle era previsto almeno fino alle medie, a questo punto potrebbe ridursi e «per noi questa sarebbe una grande soddisfazione », dicono i genitori. «Certo siamo stati fortunati, perché è un affido consensuale, non imposto dall’alto, e questo aiuta il rapporto tra la famiglia affidataria e quella di origine».

Ilaria e Antonio ammettono che non è sempre facile conciliare gli impegni di 4 figlie tra scuola, dentista, piscina, pallavolo…, «però si può fare» e poi «abbiamo anche gli amici che ci aiutano». «Anche quando sembra di non dare niente e in certi momenti ti senti un disastro, alla fine semini e qualcosa rimane ». Ne hanno avuto conferma quando il ragazzo marocchino ospitato 9 anni fa per 8 mesi in «Bed and Breakfast» è tornato a far visita. «L’esperienza con lui – dicono – ci era sembrata un fallimento, ma più di un anno fa ci ha telefonato (quindi aveva tenuto il nostro numero) ed è venuto a trovarci con sua madre, che nel frattempo era riuscito a farla arrivare in Italia. Lei continuava a ringraziarci nella sua lingua e per noi è stato un momento bellissimo». 

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