Fabio Pasiani, volontario del Progetto Arca, racconta l’emergenza in Stazione Centrale, la dignità e la compostezza dei migranti e il grande sforzo di solidarietà e accoglienza messo in campo da tanti milanesi

di Claudio URBANO

File di braccia si allungano ordinate verso i volontari che porgono un piccolo pranzo, a mezzogiorno di una normale giornata lavorativa. La grande emergenza, con le centinaia di migranti costretti a rimanere giorno e notte fuori dalla stazione per mancanza di un posto dove andare, sono da poco alle spalle, i nuovi arrivi sono tornati nell’ordinario e con essi il lavoro dei volontari. Come succede ormai dall’ottobre 2013, quando sono iniziati i primi numerosi arrivi.

Il primo volto è quello di Gianluca, un signore dalla lunga coda di capelli bianchi che tiene le chiavi del camper stipato di cibo, vestiti e coperte di Progetto Arca, organizzazione nata vent’anni fa per dare aiuto ai senzatetto, che fin dall’inizio è presente in Stazione. Ormai a colpo d’occhio individua i milanesi che spontaneamente portano aiuti, e non rinuncia a spiegare a chiunque si fermi il senso di quanto sta avvenendo. Poi ci sono i volontari coordinati dal Comune e ancora le uniformi della Croce rossa, le mediatrici culturali, le ragazze che regalano sorrisi ai bambini. Dallo scorso giovedì questi gesti continuano meno visibili agli occhi dei passanti, dopo che per il primo punto di raccolta di chi arriva sono stati messi a disposizione alcuni locali della Stazione.

Ma cosa c’è nel gesto di tutti i volontari? «Il volontario è colui che accoglie – spiega Fabio Pasiani, coordinatore degli operatori di Progetto Arca -. Il nostro slogan “Il primo aiuto sempre” sta proprio a indicare che qualsiasi persona, in qualunque condizione si trovi, ha il diritto all’accoglienza, il diritto all’aiuto dell’altro essere umano. E che se l’altro si trova nella condizione di poter aiutare in qualche modo, ha l’obbligo morale di farlo. L’aspetto della relazione personale per noi è prioritario: possiamo dare i numeri, dicendo che da ottobre 2013 sono passate 63 mila persone, ma ogni numero sono occhi che abbiamo incrociato, mani che abbiamo stretto».

Persone che «lasciano traccia del loro passaggio, con la forza d’animo che hanno dimostrato – continua Pasiani -. Tutti hanno nella memoria i momenti drammatici del viaggio, nel deserto e poi sui barconi, e d’altra parte hanno un obiettivo preciso, perseguendo una serenità che hanno perso, ma che vogliono riconquistare in un altro luogo. Lasciano anche a noi, nei nostri occhi e nel nostro operato, un esempio di forza e un elemento di grande compassione, per aver condiviso un momento travagliato».

Infine, cosa rimane alla città di questo passaggio di sofferenza e speranza, e di questo sforzo di accoglienza? «Si vedono tanti occhi stupiti e commossi, di persone che avevano saputo di questa cosa solo dai telegiornali, ma che qui possono vedere una famiglia con bambini che in modo composto e dignitoso mangiano un panino in attesa di essere trasportati in un centro di accoglienza, con due borse che contengono tutti i loro averi. Chiunque è passato di qui e ha avuto la possibilità di essere testimone di quello che è successo in questi mesi è stato in qualche modo segnato. E questo lo dimostra – conclude Pasiani – anche il numero di persone che si avvicina per vedere in che modo può dare una mano: perché in tutta questa vicenda c’è implicita una domanda d’aiuto, che chi si ferma a guardare con occhi umani coglie e a cui sente di essere chiamato a rispondere».

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