Poeta, scrittore e regista, per tutta la vita bollato come ateo, Pasolini è stato un intellettuale capace di stare vicino agli ultimi, nel più evidente insegnamento evangelico, pur nella fragilità di un'esistenza contraddittoria. Questo nuovo libro ruota intorno al «Vangelo secondo Matteo», giudicato dalla critica la miglior pellicola mai girata su Cristo.


Redazione

(31.01.2008)

di Silvio MENGOTTO

«Nulla mi pare più contrario al mondo moderno di quel Cristo mite nel cuore, ma “mai” nella ragione» (Pier Paolo Pasolini)

Nel 1971 Enzo Biagi intervistando Pasolini gli chiede come fosse possibile ad un marxista trovare ispirazione nel Vangelo e nella figura di Cristo. Nella risposta lo scrittore dice: «Vedo sempre le cose come un po’ miracolose, ogni oggetto per me è miracoloso, cioè ho una visione, in maniera sempre informe, diciamo così non confessionale, ma in certo qual modo religiosa del mondo; ecco perché investo questo mio modo di vedere le cose anche nelle mie opere».

Dalla lettura del libro di Gabriella Pozzetto (Lo cerco dappertutto. Cristo nei film di Pasolini, Ancora editore) emerge in Pasolini il bisogno di senso e di sacro di questo artista contraddittorio e profetico, attuale nella sua sofferta laicità. Il sacro della poesia di Pasolini lo diventa anche nel cinema, una costante che si presenta dal film Accattone (1961) sino a Il Vangelo secondo Matteo (1964). Ad Assisi, quando decise di fare un film sul Vangelo di Matteo, scrive una lettera all’amico Lucio Caruso: «Io non credo che Cristo sia Figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino; credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità . Per questo dico “poesia”; strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo».

I film di Pasolini sono un educare al vedere, un cinema dove la poesia penetra nella realtà quale chiave di lettura del mondo. L’attenzione al sacro e agli ultimi, per Pasolini sono una visione che si contrappone alla logica vincente degli anni ’60, cioè di uno sviluppo, un progresso di forte omologazione. Per questo, continua la lettera all’amico: «Vorrei che il mio film potesse essere proiettato nel giorno di Pasqua in tutti i cinema parrocchiali d’Italia e del mondo».

Nel film Accattone Pasolini presenta persone che esistono, ma delle quali non si parla mai o sono dimenticate. Ne La ricotta (1963) c’è il dramma del “povero Cristo”che diventa «spettacolo nella società dello spettacolo dei nuovi arroganti protagonisti» . Uccellacci e uccellini, film del 1965 con la straordinaria partecipazione di Totò, è il primo film dopo Il Vangelo secondo Matteo dove, con audace utopia, Pasolini anticipa di oltre quarant’anni il tema della fine ideologica del marxismo che, secondo il regista, pecca nell’abbandonare le masse al destino della omologazione che sconsacra l’individuo.

In Teorema (1968) Dio entra nella famiglia borghese provocando alienazione perché nessuno, esclusa la cameriera, ha elementi sacri in se stesso. Proprio nel 1968 Pasolini lavora intensamente alla stesura di un film sulla figura di san Paolo scrivendo una bozza di sceneggiatura, ma che vicende personali e difficoltà produttive ne impedirono la realizzazione. Nelle bozze si scorgono i tratti della battaglia culturale e civile che Pasolini andava conducendo. Tra il 1970 e 1974 Pasolini gira la trilogia della vita: Il Decameron , I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte.

Nella sua abiura sul “Corriere della Sera” del 9 novembre 1975, che appare una settimana dopo la tragica morte, Pasolini scrive: «Tutti si sono adattati o attraverso il non voler accorgersi di niente o attraverso la più inerte drammatizzazione. Ma devo ammettere che anche l’essersi accorti o l’aver drammatizzato non preserva affatto dall’adattamento o dall’accettazione. Dunque io mi sto adattando alla degradazione e sto accettando l’inaccettabile. Manovro per risistemare la mia vita. Sto dimenticando com’erano prima le cose. Le amate facce di ieri cominciano a ingiallire. Mi è davanti – pian piano senza più alternative – il presente. Riadatto il mio impegno ad una maggiore leggibilità».

Salò è l’ultimo film di Pasolini ed esce nelle sale cinematografiche dopo la morte del regista. Gabriella Pozzetto vede che in questo film Pasolini «lascia tutto lo sguardo possibile sul mondo. Non si può non vedere, non si può non sentire, non si può non ascoltare l’Altro. E’ un non ci sto gridato da mille voci. Le tante voci che danno ascolto all’Altro, all’amore, a Pasolini, al Vangelo» .

Gabriella Pozzetto
LO CERCO DAPPERTUTTO
Cristo nei film di Pasolini,
Ancora
(pp. 176, Euro 13.50)

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