Ripercorriamo i momenti più intensi e le parole più significative che hanno caratterizzato le tre giornate di pellegrinaggio dei fedeli ambrosiani partecipanti, con il cardinale Scola, alla beatificazione di Giovanni Battista Montini a Roma

di Annamaria BRACCINI

roma beatificazione Paolo Vi

Una festa di fede, di emozioni e di preghiera: quella degli oltre tremila pellegrini ambrosiani che, guidati dal cardinale Scola, con il Consiglio Episcopale, più di ottanta seminaristi, i parroci, i diaconi, non hanno voluto mancare alla Beatificazione del «loro – come lo definiscono tanti – arcivescovo e papa Montini».

Così hanno vissuto i fedeli provenienti da ogni parte della Diocesi questo momento fondamentale: un evento, come ha detto il Cardinale, che «marcherà la storia». Dalla sera di sabato 18 ottobre alla Messa di ringraziamento del giorno successivo, passando ovviamente per la solenne celebrazione in Piazza San Pietro di domenica, con cui si è concluso anche il Sinodo straordinario sulla Famiglia.

Una «forte esperienza di Chiesa di popolo» iniziata con la Veglia presieduta dal Cardinale nella Basilica dei Santi XII Apostoli gremita, nei primi Vespri della Dedicazione del Duomo di Milano, Chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani. Decine e decine i concelebranti, tra cui il cardinale Tettamanzi e i Vescovi.

L’appello di Scola è a comprendere appieno e con occhi «non bendati», il «Tu ci sei necessario, Cristo Gesù», attraverso la famosa e magnifica preghiera composta da Paolo VI, per la sua prima Lettera pastorale alla Diocesi nel 1955. Parole che si possono considerare la “cifra” interpretativa dell’intero pellegrinaggio e che accompagnano idealmente la giornata-clou.

Fin dal primo mattino si arriva ai cancelli del porticato del Bernini, sventolando i foulards rossi che ci identificano come ambrosiani, mostrando con orgoglio gli striscioni, pregando in silenzio, magari proprio sull’Altare, come succede ai quattro seminaristi diocesani ministranti della celebrazione e assistenti del Santo Padre.

Quando, alle 10.48, si alza il drappo che rende visibile lo stendardo con l’immagine di Montini posta sulla facciata di San Pietro, non può che nascere spontaneo l’applauso che si ripete due volte alle parole del Papa nell’omelia. «Timoniere del Concilio, grande Papa e coraggioso cristiano, instancabile apostolo», dice Francesco, che aggiunge: «Nostro caro e amato Paolo VI, grazie per la tua profetica e umile testimonianza, davanti a Dio non possiamo che dire una parola tanto semplice, quanto sincera: grazie». Ancora torna il ricordo nell’Angelus: «Strenuo sostenitore della missione ad Gentes come testimonia la sua Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi; Pontefice devoto a Maria Madre della Chiesa a cui il popolo cristiano sarà sempre grato», riflette, quasi in preghiera, il Papa.

I pellegrini che sembrano non volere lasciare la piazza sono l’evidenza vivente di questo “grazie”: nelle parole, nei sorrisi, ma anche nella consapevolezza condivisa dello spirito con cui partecipare a una beatificazione. Uno di loro osserva: «È molto bello aver potuto pregare con Paolo VI, anche perché si tratta di una figura che ha segnato la storia della Chiesa in un momento di travaglio. Credo che, per arrivare a una fede matura, come ci ha chiesto il cardinale Scola, occorra guardare a uomini di fede come fu il nuovo Beato». Insomma, la grande famiglia che, in queste ore, ha rappresentato l’intera Chiesa di Milano, come nota un’altra fedele, «c’è e non dimentica la passione pastorale del beato Montini». Anche se sono trascorsi decenni – non mancano nemmeno i preti delle classi sacerdotali 1955-1963, da lui ordinati -, anche se molti non l’hanno mai conosciuto a Milano.

E quando la mattina, nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, ci si ritrova, tutti insieme con i fedeli di Brescia e il loro Vescovo, la memoria si fa indicazione e speranza per il domani nell’omelia, pronunciata appunto da monsignor Luciano Monari. Se «l’amore per Cristo Gesù deve essere totale, confermato e riconfermato, fondamentale unico e felice», come scriveva lo stesso Beato, anche noi oggi dobbiamo fare nostro «questo “primato” di Dio nella vita che diventa necessariamente passione per la Chiesa da amare e da servire».

Alla fine, quasi a suggello dei giorni straordinari vissuti, è il cardinale Scola dare voce a quanto si deve a «portare a casa» – come scandisce – da questa beatificazione: un dono «da trafficare», nell’insegnamento montiniano dell’amore totale alla Chiesa.

Il riferimento è anche ai temi familiari, al Sinodo straordinario e a ciò che ne è emerso: «La famiglia deve diventare soggetto della pastorale e non solo oggetto di cura da parte di sacerdoti e specialisti. Questa è la strada per recuperare anche quel peso e quell’importanza del fedele laico che invochiamo da cinquant’anni, ma che fatichiamo a vedere realizzati». «Prendi l’iniziativa, tu famiglia, per divenire vero soggetto di Chiesa, bussa alla porta del vicino di casa che ha dimenticato il battesimo, condividi il bisogno, testimonia, appunto, la bellezza di un tale seguire il Signore. Questo è il tempo», aggiunge. Questa la strada che, anche nelle difficoltà e nel travaglio presente, ci deve guidare. 

L’auspicio è che la gioia tutta umana di un tale evento di grazia, sia la vera e piena gioia del Vangelo da vivere, come testimoni, ognuno con i propri carismi, nel quotidiano.

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