Intervista a monsignor Elias Chacour, arcivescovo melkita di Galilea

Daniel ROCCHI

Monsignor Elias Chacour

“Lo statuto dei palestinesi, rappresentati all’Onu, dal 1974, dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina con status di osservatore, è quello di un’Organizzazione e non di uno Stato. La creazione di uno Stato palestinese nei territori occupati da Israele serve ad ottenere la pace per i due popoli”. Sgombra subito il campo dagli equivoci mons. Elias Chacour, arcivescovo melkita di Galilea, tre volte candidato al Nobel della pace: il riconoscimento dello Stato palestinese, che il presidente dell’Anp, l’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen chiederà all’Onu il 23 settembre, non serve solo ai palestinesi ma avrebbe risvolti positivi anche per gli israeliani. Tuttavia questi ultimi giudicano l’azione unilaterale palestinese come un tentativo di negare i loro luoghi più sacri e delegittimare l’idea di uno Stato ebraico. Anche gli Stati Uniti contestano la risoluzione di Abbas – e porranno il veto se arriverà al Consiglio di Sicurezza – pur non rifiutando l’idea di uno Stato palestinese. "Si tratta di abbreviare un processo per il quale non ci sono scorciatoie – ha spiegato Susan Rice, ambasciatore Usa alle Nazioni Unite – alla fine c’è solo un modo per creare due Stati per due popoli, e questo è il negoziato”.

Eccellenza, era proprio necessaria questa richiesta di riconoscimento all’Onu?
Ciò che è veramente necessario è parlare della giustizia in vista della pace. Israele e palestinesi parlino di due Stati. Chiedere il riconoscimento di uno Stato palestinese è normale, dal momento che tutti, compresi gli Usa, difendono, perorano la causa per la Palestina. Ma adesso che i palestinesi chiedono un riconoscimento internazionale che cosa accade? Che Israele e Usa si oppongono. La domanda è: vogliono una pace vera o solo una pace astratta? Io credo che vogliono il mantenimento di una situazione in cui non c’è né pace né guerra.

A suo parere, un riconoscimento dello Stato palestinese porterebbe miglioramenti, anche materiali, alle condizioni di vita dei due popoli?
Le condizioni di vita dei palestinesi non dipendono tanto dal riconoscimento dello Stato di Palestina quanto dalla comprensione degli israeliani della assoluta necessità di riconoscere la Palestina affinché le porte del Medio Oriente si aprano davanti ad Israele così che si possa raggiungere la pace e, di conseguenza, un miglioramento delle condizioni di vita.

Ne trarrà giovamento anche il dialogo?
Questo riconoscimento dovrebbe favorire anche una riapertura del dialogo tra le due parti. Quello che ci aspettiamo sono nuovi negoziati tra Stato e Stato. Quelli condotti fino ad oggi non hanno portato a nulla, poiché portati avanti tra due realtà, una, la palestinese, completamente priva di forza, e l’altra, l’israeliana, piena di potere. 

Molti palestinesi sono preoccupati per eventuali ritorsioni israeliane una volta che lo Stato palestinese avrà avuto il suo riconoscimento e si temono scontri visto che sono previste anche manifestazioni di massa nei Territori Occupati…
Questa richiesta arriva molto tardi ma meglio tardi che mai. Ora abbiamo un presidente, Abu Mazen, che ha deciso di rigettare ogni forma di violenza. Una volta mi ha personalmente detto: ‘Se qualcuno tira una pietra contro un ebreo gli spezzo una mano, se qualcuno offende un ebreo gli taglio la lingua’. La nostra forza è nella nostra debolezza. La risposta deve essere non violenta, ad ogni costo.

Lei, quindi, non crede ad un’eventuale Terza Intifada, come qualcuno sostiene, se all’Onu le cose non andranno come si spera?
Terza Intifada? Tutto è possibile ma è non è auspicabile avere un movimento violento, la violenza non serve a niente. Non posso escludere una Terza Intifada se Israele si oppone alle decisioni delle Nazioni Unite.

Quale può essere il contributo della comunità cristiana in questo momento critico?
I cristiani nei Territori Occupati sono una piccola minoranza, ma molto istruita, formata. La maggioranza dei cristiani appartiene alla mia diocesi e credo che tutti, senza eccezioni, aspirino alla creazione di uno Stato palestinese, fianco a fianco di Israele. Noi crediamo che sia solo questa la soluzione del conflitto. Crediamo nella forza del dialogo e dei negoziati. Questo è il nostro contributo, ribadire il valore e l’urgenza del dialogo.

Per il futuro lei è ottimista?
Non sono né ottimista né pessimista, ma semplicemente realista. Tutto è possibile, il meglio come il peggio. Bisogna pregare ma anche agire, facendo pressione su Israele per fermare la costruzione delle colonie nei Territori Occupati. La comunità internazionale deve muoversi ma vediamo che il presidente Barack Obama non può fare niente, mentre l’Europa è più libera di agire e questo potrebbe rivelarsi un vantaggio. Gli Usa non possono essere obiettivi, ciò che Israele vuole è quello che gli Usa vogliono. È Israele che decide la politica degli Stati Uniti e questo è un danno.

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