Questo il senso complessivo del convegno nazionale in programma nel Seminario di Venegono (il 28 agosto interverrà l’Arcivescovo di cui pubblichiamo il testo). Marinella Bollini: «Vogliamo trovare il significato del “dono” prezioso del Signore»

di Annamaria BRACCINI

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Un’antichissima forma di consacrazione, risalente addirittura all’età apostolica, ripristinata dal Concilio Vaticano II che, nel suo spirito di «primavera della Chiesa», seppe valutarne la ricchezza e la bellezza feconda. È l’Ordo Virginum, per il quale il beato Paolo VI, il 31 maggio 1970, promulgò il Rito della Consacrazione delle Vergini inserito nel Pontificale Romano, disponendo, nella Sacrosanctum Concilium, che potessero essere ammesse a tale consacrazione donne che intendevano vivere nel mondo il dono totale di sé a Cristo, al di fuori di ogni struttura di vita religiosa. Da allora è passato quasi mezzo secolo: le appartenenti all’Ordo in Italia sono ormai 650 (altre 200 stanno compiendo l’itinerario di formazione), sono presenti in 113 Diocesi del nostro Paese, tra cui, anzitutto per numero, quella ambrosiana, che attualmente conta oltre 100 consacrate, mentre la seconda realtà è Roma con 60 unità.

A Milano le prime consacrate divennero tali per le mani del cardinale Martini, quando il Rito solenne avveniva nella Cappella privata dell’Arcivescovo. Tra loro c’è Marinella Bollini, 61 anni, oggi in pensione, ma a lungo direttore dei Servizi amministrativi in una scuola pubblica. È lei, dal 1989 nell’Ordo Virginum, che spiega il senso complessivo del convegno nazionale in programma nel Seminario di Vengono dal 26 al 30 agosto (in allegato il programma): «Ci è parso necessario delineare meglio il nostro carisma e la vocazione che ci anima. A lungo siamo rimaste chiuse in una descrizione della nostra realtà che potremmo definire negativa, in quanto non siamo né una Congregazione, né un Ordine religioso o un Istituto di Vita consacrata. Vorremmo, invece, attraverso la riflessione che si è ultimamente articolata e che va sempre approfondita, realizzare una comprensione positiva di ciò che rappresentiamo, senza contrapporci ad altre realtà, ma trovando il significato del “dono” prezioso che il Signore ci ha offerto».

Il cardinale Scola, consacrando nel settembre scorso due nuove appartenenti, definì il vostro carisma un «partire senza partire». Quali sono le maggiori complessità di questa scelta?
Credo che l’Ordo Virginum sia una delle forme di consacrazione tra le più ardue, nel senso che, vivendo, per la maggior parte, nella famiglia di origine o da sole, non possiamo contare su un comunità che ci circondi e sostenga. Pensiamo, per esempio, a cosa significhi, per persone che lavorano e si confrontano con le difficoltà logistiche di ogni giorno in metropoli come Milano, garantire lo spazio giornaliero per la Messa. Eppure, senza l’incontro quotidiano con il nostro Sposo, facciamo fatica a vivere.

Tra voi ci sono donne impegnate in politica, nelle professioni, insegnanti. Ritiene che questo tipo di consacrazione sia un segno profetico e interessante per il futuro, specie di fronte alla crisi delle vocazioni tradizionali?
Credo di sì. Parlo della mia esperienza: quando lavoravo, tanti colleghi e colleghe arrivavano al mio ufficio per necessità burocratiche, ma si confidavano anche su questioni e problemi personali. Eppure pochissimi erano a conoscenza della mia consacrazione nell’Ordo. Ma forse ciò che veniva percepito era ed è un modo di ascoltare e di farsi prossimo che, naturalmente, per me nasce dall’essere interamente del Signore.

Lei fa parte della Commissione che sta elaborando la seconda parte dei Lineamenta, la cui prima parte è stata riferimento per molte realtà nazionali e internazionali. Se dovesse indicare un dato positivo su cui si è lavorato bene e, invece, uno sul quale occorre ancora riflettere, cosa direbbe, considerando anche l’assise che vi vede riunite da tutt’Italia?
La Nota pastorale dedicata dalla Cei, nel marzo 2014, all’“Ordo Virginum nella Chiesa in Italia”, ci invita a riappropriarci del dono di questa consacrazione in rapporto al Vescovo e in comunione con le sorelle. La prima cosa che vorrei notare è che, in questi anni nell’Ordo sono cresciute molte vocazioni che ci hanno portato, solo in Diocesi, a essere 105. Non abbiamo opere di Apostolato particolari in cui impegnarci o un carisma specifico e, dunque, l’aumento significativo della nostra presenza è solo frutto della Grazia dello Spirito. Questo deve obbligare a una responsabilità ancora più grande. Per quanto riguarda, invece, le sfide da affrontare, personalmente vedo il rischio – in una società frammentata come la nostra – di lasciarci assorbire troppo dal “mondo”, non mantenendo il contatto necessario con il Signore e anche tra noi. Insomma, siamo tante, ma dobbiamo tenere viva la realtà dell’Ordo Virginum come luogo in cui ritrovare noi stesse e rispecchiarci per riprendere vigore. Un tema, questo, che non è solo diocesano, come è ovvio, ma di respiro italiano e anche internazionale.

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