Nel pomeriggio interventi dei relatori sulle “buone pratiche”, con testimonianze concrete di famiglie e imprenditori

Chinchilla

C’è un modo vero per conciliare la famiglia, il lavoro e la festa? Questo pomeriggio all’interno del programma del VII Incontro mondiale delle famiglie a Milano, una sessione dei lavori è stata dedicata alle “buone pratiche”. Nuria Chinchilla, spagnola, è convinta che «nessuna iniziativa istituzionale di conciliazione famiglia-lavoro, soprattutto se innovativa rispetto agli strumenti classici, può avere successo senza il coinvolgimento che le singole persone compiono su se stesse». Dunque sentirsi «artefici del nostro destino» stimola ognuno «a cambiare prima di tutto se stesso, per cambiare anche l’ambiente circostante e creare il giusto equilibrio tra i “tempi professionali” e i “tempi di vita”». Anche «le aziende devono progressivamente diventare parti consapevoli di sistemi più complessi» nei quali «le persone, siano esse clienti o a maggior ragione collaboratori, devono essere riconosciute come attori e non semplici risorse umane dalle quali acquisire alcune utilità».

José Jacinto Iglesias Soares, portoghese, ha raccontato che lui e la moglie, che lavorano in campo bancario e finanziario e hanno 6 figli, hanno cercato di stare vicini a questi ultimi aiutando, ad esempio, «la più giovane a preparare la prima confessione e comunione o andando alla messa alla cappelle dell’Università dei figli più grandi».

Soares ha sottolineato che «politiche di flessibilità, che vadano incontro alle esigenze delle famiglie a tutti i livelli, dai bambini agli anziani, sono esempi di politiche familiari responsabili» e vari studi hanno dimostrato che i lavoratori che sono felici e hanno un impiego ben armonizzato con la vita familiare sono più produttivi nel loro lavoro».

Infine «è importante che famiglie e compagnie paghino le tasse e controllino che siano spese per politiche che bilancino lavoro e vita e aiutino le famiglie». Quasi una risposta all’intervento di Soares è stato l’intervento di Enzo Rossi, titolare dell’azienda “La Campoflone”, che nel 2007 ha provato a vivere per un mese «con la paga media degli operai: dal 20 del mese i soldi erano già finiti e io e mia moglie abbiamo deciso di aumentare lo stipendio a tutti i dipendenti di 200 euro netti». Infatti «all’epoca la nostra azienda si stava affermando», «il fatturato era in crescita» e «abbiamo pensato di condividere con i nostri collaboratori il valore aggiunto dell’azienda» perché «è anche dalla loro felicità e dalla loro soddisfazione che la nostra impresa trae successo».

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