Il concorso IMMICREANDO nasce nel 2003 come uno dei frutti del partenariato tra la Fondazione ISMU, nell’ambito delle “iniziative sulla multietnicità” e l’Arcidiocesi di Milano – e precisamente l’Ufficio per la Pastorale dei Migranti –, il cui mandato è la “cura pastorale delle persone immigrate nei loro bisogni ‘umani’ e spirituali”.

L’intento che anima il concorso è quello di attribuire un riconoscimento alla abilità creativa degli stranieri, attraverso un esercizio letterario in cui raccontino la propria esperienza di viaggio, di migrazione, di incontro con la nuova realtà geografica, sociale e culturale di arrivo, di riscoperta delle proprie radici e della propria storia.

 

Come ogni anno, il concorso è stato aperto ufficialmente il 18 gennaio, in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, con un regolamento parzialmente rinnovato: da quest’anno era possibile presentare testi in forma di racconto, ma anche di lettera o saggio e, anziché premiare genericamente i primi tre classificati, sono state introdotte tre sezioni: adulti; minori; gruppi.  

In continuità con l’edizione passata, nell’ottica della partecipazione della Chiesa di Milano a EXPO 2015 che, come noto, affronta il tema “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, è stato scelto un titolo che richiamasse il tema del cibo nel suo più ampio significato antropologico, spirituale, culturale: NUTRIRE LA VITA. Racconti di ospitalità, festa, cibi e condivisione. Ovvero, un testo su ciò che nutre la vita, nel corpo e nell’anima. Un testo sul cibo vero, ma anche sul cibo spirituale; sul nutrimento messo in tavola per essere mangiato e il nutrimento interiore che deriva dal condividere, ospitare, fare festa con gli altri che siedono a tavola con noi. 

La scorsa domenica, 24 maggio, giorno di Pentecoste, in cui si è svolta la Festa diocesana delle Genti presso la parrocchia Immacolata Concezione del Decanato Giambellino, è avvenuta la premiazione dei vincitori: il primo classificato per ogni sezione.

Per la sezione adulti, la vincitrice è stata una donna, di origini albanesi, in Italia da molti anni. Il suo nome è Ardita Demneri e ha vinto con una lettera, scritta al padre defunto – intitolata appunto Carissimo papà – in cui in un misto di nostalgia e di rabbia ricorda il padre e ricorda come proprio il cibo che lui era maestro a preparare, fosse uno dei pochi strumenti attraverso cui le dimostrasse vicinanza e affetto.

«Mi manchi! Sempre! Quando c’eri e adesso che non ci sei più. Ci sono cose che anche se ti fanno male le vuoi. Così anche io e te. Cerco di dare ai miei figli quello che tu non mi hai dato: delle carezze e dei baci. Cerco di esserci per loro in ogni momento. Di parlare con loro di tantissime cose. E cerco di fare anche quello che tu facevi con me: cucinare.

Sì. Mi ricordo sempre quando mi chiamavi. Io che leggevo in un angolo della casa. Persa nelle pagine dei libri e in quel mondo tutto mio. Cercando l’affetto che non trovavo.

– Figlia, vieni qua.

– Che c’è papi?

– Vieni a vedere adesso faccio fergese con i fegati del pollo.

– Sì, ma lo so come si fa.

– Vieni, vedere non ti fa male. Ecco prima ho pulito e lavato i fegati, sai c’è quel coso verde che li fa amari se glielo lasci. Poi li metto a friggere poco.

– Ma lo so….

 […]

Tu non ci sei più. E le cose che mancano sono infinite. Infinita anche la voglia di sentire la tua voce che raramente mi chiamava per nome. Tu eri così. Tu sapevi fare solo così. E comunque io sono qua e sono (credo) cresciuta bene grazie a te. Mi hai insegnato tante cose cominciando dalla semplicità nell’essere me stessa sempre. Di essere aperta, sincera, di dire quello che penso. Mi hai anche insegnato una cosa che non sai. Di fare diversamente con i miei figli. Di essere quella che tu forse non potevi essere per me».

 

Il vincitore della sezione bambini è stato Potter Dzhulai, undici anni, di origine ucraina. Con un nome evocativo e le sembianze di un angelo, ha incantato la giuria con il suo breve racconto, di cui è protagonista il mandarino, con il suo colore intenso e la forma tondeggiante, come il pancione della mamma quando era in attesa di lui e ne mangiava in quantità…

 

«Mamma diceva che quando stavo per nascere lei vedeva tutto in un colore. Colore di mandarino. Secondo me, il colore di mandarino è un colore molto allegro. Mamma mia mangiava i mandarini come un ‘cavallo’, lei diceva a se stessa così.

I dottori sicuramente le hanno proibito di mangiare la frutta in queste dosi, perché avevano paura che se nasce un bambino, io, di colore mandarino. Sappiamo, i dottori sempre proibiscono qualcosa, meglio non ascoltarli.

[…]

Spesso lei prendeva il pennello e i colori e pitturava sulla sua pancia l’alba sempre arancione; dalla mia parte dello schermo ogni tanto io sentivo i tocchi del pennello e a me piacevano queste carezze. Mamma era brava a pitturare.

Al 6 dicembre ho chiesto permesso di vedere l’alba, beh, non sono riuscito a vederla. Solo alla sera verso le nove sono finalmente riuscito a sentire le morbide mani della mia mammina».

 

Infine, per la sezione gruppi, i vincitori sono stati due ragazzi, entrambi di origine africana, ospiti di una struttura di accoglienza di Bologna, che hanno scritto un breve saggio su ciò che significa ospitalità nei loro paesi d’origine – il Gambia e la Costa d’Avorio, appunto – tracciando un’interessante parallelismo con le forme di ospitalità celeberrime della Bibbia (l’episodio delle Querce di Mamre e il banchetto per il ritorno del figliol prodigo). Ospitalità è offrire i doni essenziali della vita: acqua, anzitutto; un luogo dove riposare; del cibo, ma che sia il migliore: per far mostra di sé e per fare sentire l’altro prezioso, benvenuto.

 

«Cibo e acqua sono le cose più importanti della vita. Quando uno straniero arriva a casa di qualcuno in Gambia la prima cosa gli danno un bicchiere d’acqua. Se c’è cibo gli danno anche e dispiace se lo straniero non beve o non mangia.

[…]

Delle volte si fanno feste per lo straniero. Si uccide un animale come pecora, capra, mucca, a seconda di ricchezza della famiglia. Prima di uccidere l’animale bisogna farlo vedere allo straniero e dire che sarà sua cena. Questa è una forma di rispetto molto comune in Gambia.

L’ospitalità in Costa d’Avorio, soprattutto in villaggi Sénoufo, si fa in modo tradizionale. Quando noi accogliamo qualcuno siamo responsabili di questa persona. Il padrone di casa chiede a sua moglie di dare acqua da bere. Lo straniero deve bere un po’, poi chiediamo a lui di fare doccia e dopo gli serviamo da mangiare. Dopo aver mangiato gli chiediamo la novità e quando ci spiega lo lasciamo riposare.

[…]

Facciamo tutto questo perché lo straniero deve sentirsi a casa, come diciamo in Costa d’Avorio.

Quando sono venuto in Italia l’ospitalità che ho ricevuto è stata molto diversa di quello che pensavo o di quello che sono abituato a ricevere in Africa.»

 

I premiati, contenti ed emozionati per il riconoscimento sperato ma inatteso, hanno ricevuto un attestato di riconoscimento e, come previsto dal regolamento, un premio in denaro.

La giuria, oltre ai tre premi ufficiali ha poi voluto assegnare un attestato di merito a due partecipanti il cui lavoro è sembrato particolarmente significativo: Jamal Suboh, di origini palestinesi, con un testo dal titolo Un piatto per l’anima, in cui narra l’inestricabile rapporto/legame fra il cibo e gli affetti, il mondo dell’infanzia, l’amore per le persone care; e Linmei Gao, di origine cinese, con il testo dal titolo Ospitalità in comunità che ruota attorno all’idea che “la vita non è solo mangiare” e che il cibo acquista un senso e profondo, solo in contesti caratterizzati da accoglienza, amore e libertà.

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