La costruzione della moschea a Milano è un evento a cui guardare non con preoccupazione, ma con speranza e partecipazione

di Gabriele IUNGO
Studioso di Scienze islamiche, traduttore freelance e redattore della rivista ´Âlim - The Sharî´ah

A quasi 25 anni dal discorso Noi e l’Islam, che il cardinale Martini rivolse alla Chiesa e alla Città di Milano, la Città di Ambrogio si prepara all’edificazione di una grande Moschea cittadina: un evento che interessa la cittadinanza nel suo complesso, e cui dovremmo perciò poter non guardare con diffidenza, come a un elemento di contrapposizione, bensì con speranza e con partecipazione, come a un motivo di orgoglio per tutti noi, che non procuri soltanto un vantaggio economico, bensì un essenziale sovrappiù di cultura, di Grazia e di civiltà.

Un centro aperto. Affinché ciò sia possibile, la Moschea dovrebbe costituirsi innanzi tutto come fulcro e come sostegno dell’attività della Comunità islamica di Milano nel suo complesso, in una concezione «diffusa» e «poliforme» dell’insegnamento islamico tradizionale; nondimeno, dovrebbe porsi altresì come riferimento positivo e come interlocutore qualificato per le istituzioni comunali e per la società civile milanese. Affinché ciò si realizzi, da un lato è necessario riconoscere e valorizzare – in un clima di collegialità – le differenze etniche e dottrinali che attraversano e arricchiscono la Comunità islamica stessa, di modo che tale centro sia sottratto a forme settarie di controllo o di prevaricazione, e non escluda alcuna tradizione sapienziale riconosciuta e legittima dell’Islâm ortodosso; dall’altro, bisognerà investire e mettere adeguatamente a coltura la ricca eredità di relazioni umane e civili che a Milano sono state pazientemente intessute nell’arco di oltre vent’anni, sia tra i credenti di diverse tradizioni di fede, sia nei confronti dei non-credenti.

Una realtà italiana. Per la Comunità islamica, uno stretto rapporto con i Paesi musulmani rappresenta un elemento naturale e necessario: prim’ancora e ben più che per eventuali forme di sostegno economico, per il vasto patrimonio di conoscenza e di sapienzialità, che in Italia deve ancora trovare un interlocutore qualificato, per una sua trasmissione articolata. È dunque necessario allontanarsi dagli opposti estremismi di una dipendenza esclusiva da realtà straniere, da un lato, e di una completa autoreferenzialità dottrinale e organizzativa, dall’altro. La Moschea dovrebbe costituirsi piuttosto come una realtà locale di respiro internazionale, che a un’attività intimamente radicata nella città di Milano, e risolutamente rivolta alle sue specifiche esigenze e peculiarità, accompagni adeguate forme di partenariato e di cooperazione di alto profilo accademico e culturale, in relazione coi principali Istituti islamici dei Paesi musulmani, a beneficio tanto della Comunità islamica locale quanto dei cittadini, delle istituzioni e delle imprese lombarde e milanesi.

Una gestione trasparente. Per neutralizzare i comprensibili, seppur infondati, timori riguardanti i finanziamenti privati destinati all’edificazione della Moschea, nonché la sua futura gestione economica, è opportuno che tali aspetti siano resi completamente disponibili non soltanto alle autorità competenti, ma anche alle istituzioni locali interessate – senza, d’altra parte, che ciò debba intaccare in alcun modo la completa autonomia e libertà d’iniziativa della Comunità islamica, alla luce degli ordinamenti vigenti nel Paese, in un clima di fiducia e di responsabilità.

Chiediamo al Signore di farci riconoscere quest’opportunità, e di saperla cogliere, insieme.

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