L’intercessione del Curato di Chiuso decisiva per salvare un bambino affetto da una grave malformazione che la madre aveva chiamato Serafino in suo onore

di Annamaria BRACCINI

Vetrata

«Sono passati oltre due secoli, ma è bello pensare che don Serafino abbia camminato per le strade e viottoli che non sono sostanzialmente troppo diversi da quelli di oggi. E anche tante altre cose non sono mutate». Aldo Dacò, uno dei componenti del Comitato per la Beatificazione di don Serafino Morazzone, sorride guardandosi attorno, quasi che il futuro beato dovesse spuntare proprio da un vicolo di campagna. «Ad esempio, la stradina in salita che don Serafino percorreva tutti i venerdì per raggiungere Somasca è praticamente identica ad allora, così come alcuni stretti camminamenti tra una casa e l’altra del paese di Chiuso».
E così, se il miracolo vero, accettato dalla Chiesa, è quello su un neonato guarito da una grave malformazione alla nascita, per la preghiera incessante della sua mamma che aveva voluto anche chiamarlo Serafino in onore al santo curato di Chiuso, forse si possono idealmente annoverare come piccoli miracoli quotidiani anche alcuni eventi minuti che hanno al centro il futuro beato.
Come non ricordare, in questo senso, l’ampliamento della parrocchia di Santa Maria Assunta, dove Morazzone fu parroco per ben 49 anni, la cui ragione prima si deve proprio alla fama di santità che subito dopo la morte circondò la sua figura sacerdotale? «Sì – spiega ancora Dacò -, perché fu la popolazione, nel 1903, a decidere che la piccola chiesa, rimasta intatta dai tempi di don Serafino, non era più sufficiente e quindi in sei mesi fu rifatta in stile neogotico. La parrocchiale antica, invece, comprendeva solo la zona dell’attuale crociera, dove si racconta che entrò anche il cardinale Federico nel famoso episodio manzoniano della conversione dell’Innominato».
Insomma, una piccolissima parrocchia che aveva un curato santo: «Sentiamo viva tra noi questa santità: basti pensare che sullo stesso pavimento che oggi porta all’altare della nostra parrocchia, anche se allora era di terra battuta, il beato Morazzone stava inginocchiato per ore ore a pregare, come attestano, concordi, le testimonianze».
Ma a Chiuso un po’ tutto parla di don Serafino. Basta, infatti, uscire dalla chiesa e fare pochi passi che ci si imbatte in un’edicola detta del “Prenespolo”, sbiadita dal tempo, ma ancora carissima alla devozione degli abitanti del paese, assicura Giuseppe Ronchi, segretario del Comitato per la Beatificazione, che dice: «Questa edicola del 1794, l’unica “sopravvissuta” dai tempi, fa parte delle molte fatte erigere da don Serafino e la stradina su cui si trova è anch’essa importante perché qui, uscendo dalla canonica, si incamminò l’Innominato con don Abbondio per andare a liberare Lucia».
E mentre fervono i restauri, perché nella canonica della parrocchia sorgerà un museo dedicato al beato che comprenderà anche alcune sue reliquie, il pensiero va a un piccolo “giallo” storico, poco conosciuto e che ha come ambientazione la chiesetta di San Giovanni Battista. «È così – racconta Ronchi -. A metà Ottocento, per volontà dei parrocchiani, in San Giovanni fu costruita una cappella al fine di ospitare al meglio l’urna con le spoglie del curato. Tuttavia già nel 1856 si era diffusa la diceria che il corpo di don Serafino fosse stato sottratto da sconosciuti. Tanto fu il clamore popolare che il parroco, don Stefano Pellegrini, si rivolse al cardinale Romilli per fare una ricognizione e, secondo logica, si cercò nel cimitero posto accanto alla chiesetta, considerato che, per le disposizioni napoleoniche, nessuno poteva essere sepolto in chiesa. Le spoglie, tuttavia, non vennero trovate, con grande sgomento della gente, ma un anziano svelò il mistero: 34 anni prima non si era voluto porre, per rispetto, il corpo del buon curato nella terra nuda del cimitero, e di nascosto lo si era adagiato sotto il pavimento della chiesa, dove fu infatti ritrovato».

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