Profugo dal Gambia, nella località dell’Altomilanese ha trovato alloggio in parorcchia e il sostegno di una famiglia “tutor”, come prevede il progetto della Caritas per favorire l’inserimento e l’integrazione sociale

di Filippo MAGNI

Masamba è fuggito dal Gambia a 16 anni e da quel giorno non ha più avuto accanto una famiglia. L’ha trovata oggi, dopo 5 anni e a 4 mila chilometri di distanza, a Inveruno. «Dal 6 aprile risiede nella casa parrocchiale e noi siamo i suoi tutor», spiegano Rosaria e Marco Bosetti, poco più che cinquantenni, con il figlio Emanuele, 18 anni. Il progetto della Caritas “ProTetto – rifugiato a casa mia” prevede che, nelle parrocchie dove è accolto un migrante, si individui una famiglia che lo faccia sentire accolto e lo introduca nella comunità locale. «Con Masamba è facilissimo – proseguono i Bosetti -: parla bene italiano, sa farsi voler bene, è qui solo da inizio aprile, ma ormai lo conoscono tutti in parrocchia e oratorio». La proposta è arrivata dal coadiutore, don Claudio Silvetti. «Abbiamo accettato subito – ricordano i coniugi -: siamo impegnati in parrocchia come volontari e catechisti, potevamo tirarci indietro?».

«Chi ve lo fa fare?», è la domanda ricorrente. «Stiamo ricevendo più di quello che diamo – è la risposta -. I racconti di Masamba sono toccanti, fanno bene anche ai nostri ragazzi. Parlano di violenza, lavoro al limite dello schiavismo, barconi di fortuna nel Mediterraneo». Ogni volta, ammettono, «pensi “per fortuna qualcuno, in Sicilia, si è preso cura di lui”. Altrimenti, cosa ne sarebbe stato?».

Essere famiglia tutor significa ospitare il giovane un paio di volte la settimana a cena, dargli una mano nelle faccende quotidiane, essere punto d’appoggio pratico e morale, condividere la sua vita. Una stretta amicizia «ma non lo trattiamo né lo consideriamo come un nuovo figlio – precisano -: non sarebbe giusto, ha già una rete di relazioni costruite». Come quelle con la società di atletica del San Vittore Olona, con cui Masamba gareggia. Sugli spalti c’è spesso Marco: «Per il ragazzo è stato importante trovare una squadra che l’ha accolto a braccia aperte. L’allenatore Pietro spesso lo invita a pranzo prima delle gare, passa a prenderlo. È questa l’integrazione». Nel futuro del giovane migrante c’è una borsa lavoro che scade a luglio. «L’azienda dove ora si trova potrebbe assumerlo – concludono i Bosetti -. Lo speriamo, così potrebbe anche permettersi di pagare un affitto e diventare davvero autonomo».

Mimmo Indraccolo, referente diocesano di “ProTetto” per la Caritas Italiana, spiega che «c’è stata una forte sensibilizzazione di adesione ai valori del ProTetto, di almeno una decina di famiglie e di quattro parrocchie. Segno che le nostre comunità parrocchiali sono sempre attente al bisogno di accogliere nell’ottica di un’autentica integrazione».

Don Claudio Silvetti, coadiutore della Comunità pastorale Santa Maria Nascente e San Martino, ha concretamente accolto Masamba nella sua grande casa: «Con il parroco cercavamo una strada per poter contribuire al problema dei migranti, quando provvidenzialmente ho letto del progetto sul mensile Il Segno. Ho mandato una mail, e così è iniziato tutto». Il sacerdote spiega che «la Caritas si occupa di tutto a livello pratico e burocratico, ogni 15 giorni facciamo anche un incontro di verifica, siamo affiancati in modo puntuale». L’arrivo del profugo, aggiunge, «ci ha aiutato a sconfiggere pregiudizi che, guardando tv e giornali, attecchiscono un po’ anche in chi non vorrebbe». Per aprirsi davvero all’accoglienza, conclude, «serve un incontro con una persona. Serve un volto che scacci davvero i sospetti e aiuti a cambiare atteggiamento. Masamba, per Inveruno, è soprattutto questo».

 

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