Un volume curato da don Norberto Valli illustra e analizza l’attenzione del Cardinale scomparso per la liturgia. Pubblichiamo un suo contributo

di Norberto VALLI

La danza della Chiesa attorno a Cristo

La danza della Chiesa attorno a Cristo (Centro Ambrosiano, pagine 152, euro 12,90) è il titolo del volume in cui don Norberto Valli approfondisce il rapporto tra il cardinale Carlo Maria Martini e la liturgia. Lo presentiamo attraverso un contributo dello stesso Valli.

In questi ultimi anni si sono moltiplicate le pubblicazioni di testi del cardinale Carlo Maria Martini, in risposta al bisogno di un’autentica spiritualità cristiana, nutrita dalla Parola di Dio. Sembrano, tuttavia, non ancora sufficientemente valorizzate le attenzioni che l’Arcivescovo di Milano, nel tempo del suo episcopato, ha continuato ad avere nei confronti della liturgia, impartendo insegnamenti di grandissimo valore, orientati a far maturare i frutti della riforma conciliare.

Considerando appunto le opportunità che da essa sono derivate, nella Lettera al clero e ai fedeli per l’anno pastorale 1982/83 dal titolo Attirerò tutti a me, l’Arcivescovo non taceva difficoltà ancora oggi presenti nella vita della Chiesa: «La riforma liturgica, preparata da alcuni movimenti pionieristici fin dai primi decenni di questo secolo (per noi ormai il secolo scorso, ndr) e promossa dal Vaticano II, ci ha offerto condizioni particolarmente favorevoli per una migliore comprensione dell’Eucaristia: la struttura più lineare ed essenziale della celebrazione, l’uso delle lingue vive, l’accesso più abbondante e organico ai testi biblici, la partecipazione attiva di tutti, articolata nei diversi ministeri del popolo cristiano, la più evidente centralità del mistero pasquale nella sua celebrazione annuale e domenicale, lo spazio più ampio previsto per la creatività, insieme con molti altri fattori, hanno creato le premesse per una celebrazione più viva e fruttuosa dell’Eucaristia. Ma dobbiamo onestamente riconoscere che i frutti, che si attendevano dalla riforma conciliare, stentano a maturare. L’inerzia tende a riprendere il sopravvento, mentre le fughe nelle sperimentazioni scomposte rivelano dopo qualche tempo la loro radice non genuina».

Le grandi domande poste dall’Arcivescovo rimangono attualissime e da rilanciare: «Sappiamo davvero celebrare il mistero di Dio? Esso è davvero per tutti noi un valore, il valore sommo? La Messa trasforma la vita? La vita è sentita come attratta dalla Messa? L’Eucaristia è davvero il centro, o almeno viviamo come cristiani l’impegno di metterla al centro, di aprirci al soffio della Parola, al vento dello Spirito, che ci invitano a metterla al centro? Che cosa non va, a questo proposito, nelle nostre comunità?».

Riascoltare le indicazioni, offerte in varie occasioni da Martini, in merito alle questioni evocate, può aiutare ancora oggi pastori e fedeli laici a individuare possibili percorsi di crescita spirituale. L’immutata freschezza delle molteplici sollecitazioni, pur proposte in una forma antologica selettiva (le numerosissime omelie tenute dal Cardinale, con una sola eccezione, non sono riprese), lascia trasparire l’ispirazione del suo alto magistero in materia liturgico-sacramentale nei passaggi fondamentali di Sacrosanctum Concilium e la sua attenzione al magistero conciliare.

Lo si può vedere, in particolare, dalla modalità con la quale è affrontato il rapporto fra Chiesa e liturgia nella relazione tenuta l’8 giugno del 1993 al Congresso eucaristico internazionale di Siviglia. Martini dispiega la sua visione con un continuo rimando a testi del Vaticano II: «La Chiesa, scaturita “dal costato di Cristo dormiente sulla croce” (Sacrosanctum Concilium, n. 5) quale “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium, n. 1), annovera tra le realtà costitutive della sua esistenza e attuative della sua missione la sacra liturgia. Tale realtà, benché “non esaurisca tutta l’azione della Chiesa” (Sacrosanctum Concilium, n. 9), può essere detta “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (Sacrosanctum Concilium, n. 10). Essa infatti, in quanto azione sacerdotale di Cristo, resa attuale e visibile nell’azione sacerdotale della Chiesa, “ottiene con massima efficacia la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio” (Sacrosanctum Concilium, n. 10) e rinnova nel tempo l’opera della divina redenzione».

A queste considerazioni si possono aggiungere quelle formulate in un passaggio della citata Lettera pastorale Attirerò tutti a me. «Una certa dimensione “eucaristica” accompagna l’esistenza dell’uomo, che ha scoperto veramente se stesso: Eucaristia vuol dire, appunto, rendimento di grazie. Tale atteggiamento si esprime, poi, come domanda di perdono, per tutte le volte che esso è stato rinnegato, e come richiesta di aiuto per poter usare responsabilmente i doni ricevuti. Questi atteggiamenti dell’uomo verso Dio devono continuamente rinascere dalla libertà dell’uomo; ma sono così importanti che non possono essere lasciati all’improvvisazione del momento o a una totale spontaneità. Vengono allora in aiuto le tradizioni religiose proprie di ogni civiltà, le forme di celebrazione del mistero che coinvolgono anche la corporeità, i riti variamente espressivi delle diverse sensibilità culturali. Questi fatti danno una certa consistenza e stabilità alle espressioni religiose nelle quali l’uomo dice il senso di tutta la propria esistenza. Il rito plasma i gesti religiosi; questi, a loro volta, esprimono, in modo più esplicito, quella generale attitudine a celebrare il mistero di Dio, la quale permea tutta l’esistenza».

Non sfugge, tuttavia, all’analisi del Cardinale che «purtroppo queste connessioni possono essere infrante: il rito può diventare ritualismo esteriore e formale, che genera gesti religiosi separati dalla vita e incapaci di esprimere l’orientamento religioso dell’esistenza. Questi rischi, però, non devono gettare un discredito generale sulla dimensione rituale e celebrativa dell’uomo. Nelle sue forme autentiche essa è un aspetto fondamentale del nostro essere, perché ci aiuta a dare consistenza esplicita e rilevanza storica a quella perenne e intima apertura al mistero che è presente nelle profondità della persona e anima i rapporti dell’uomo con le altre persone e con le cose».

Nell’omelia della messa crismale del 1998, pubblicata con il titolo La liturgia mistica del prete, Martini, nel suo percorso sintetico, dopo aver sviluppato la componente cristologica tipica della liturgica, volge l’attenzione a quella ecclesiologica, altrettanto decisiva: è l’azione della Chiesa, infatti, che «proclama a Dio il suo amore mediante simboli, gesti, parole, vesti liturgiche, segni». Con espressioni di grande immediatezza ed efficacia il cardinale osserva: «La liturgia dice a Dio che gli vogliamo bene, dice a Gesù risorto che gli siamo grati per la sua presenza, per il dono della sua morte in croce quale culmine di tutti gli altri doni. Dice che a partire da tale gratitudine – cioè “Eucaristia” – vogliamo stare con lui, accogliere la sua volontà di identificarci con sé».

Da qui discende l’atteggiamento con il quale si è chiamati a vivere la liturgia: «Riteniamo, e lo affermava già Tommaso d’Aquino, che non è necessario capire sempre tutto il significato di tutte le parole che ripetiamo; ciò che conta davvero è l’abbandonarsi al ritmo della liturgia che ci fa dire a Dio: Ti amo, ti accolgo, voglio essere con te, ti ringrazio di essere tra noi, uniscimi totalmente a te. In tal modo la liturgia è un ambito che ci accoglie, un vortice che ci trasporta e ci identifica con Dio grazie all’azione dello Spirito».

La conclusione a cui Martini giunge è che «così intesa, la liturgia è azione di popolo, che supera la nostra coscienza soggettiva, è il Corpo stesso di Gesù che parla, ascolta, risponde, ama, si dona. E tutto questo avviene nel flusso del tempo, senza che noi ci pensiamo troppo, avviene col suo ripetersi, nel rispetto dei tempi del divenire umano. Perché solo lentamente cresciamo come Corpo del Signore e non è sempre possibile verificare, di volta in volta, quanto la liturgia ha operato per la nostra crescita. Solo in retrospettiva, guardando agli anni trascorsi, ci accorgiamo se siamo cresciuti nell’identità con Gesù, che è lo scopo ultimo della liturgia».

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