Einaudi, Torino 2006. Traduzione di Massimo Bocchiola

Felice Asnaghi

Mark Haddon, scrittore britannico (classe 1963) si era già affermato con l’avvincente romanzo “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” pubblicato in ben ventitré paesi, ma con il suo “Una cosa da nulla” ha suggellato la sua popolarità internazionale.

Un libro di 358 pagine, suddivise in 143 brevi capitoli dove le frasi sono corte, spezzate da molti punti, con poche virgole e con il virgolettato soppiantato dai trattini.
Nello scorrere del testo sono imprevedibili i cambi di rotta che ci regalano una narrazione veloce e immediata, interessante e ricca. Si descrive uno spaccato londinese di vita vissuta raccontato in modo ironico dove gli eventi a volte tragici diventano comici, dove la sofferenza reale fa a pugni con la volontà di venirne fuori a tutti i costi. In questo “teatro della vita” i personaggi sono disorientati, problematici, pieni di difetti ma profondamente umani che concorrono, nel loro insieme, a formare un’unica grande storia: quella della famiglia Hall.
La traduzione italiana è ricca di termini poco consoni con il vocabolario ma in uso nella parlata popolare. Fa specie quel continuo ripetere il nome “Cristo” usato come un intercalare da una frase all’altra o come un’imprecazione.  È un “Cristo” senza senso, svuotato del suo significato etimologico e religioso, segno di una società secolarizzata e nichilista. Mark Haddon d’altronde non si pone il problema religioso, si accontenta di raccontare i fatti.

Georgeabita con la moglie a Peterborough, in una villetta a un’ora di macchina da Londra. Neo-pensionato, durante la sua vita lavorativa aveva occupato il posto del direttore di fabbrica e si era già trovato in difficoltà, ma in un modo o in un altro ne era uscito. Quando si trovò di fronte all’evenienza di licenziare gli operai, riuscì a evitarlo impegnandosi a trovare soluzioni condivise. Ora era pensionato e cercava di mettere in pratica una strategia per non morire di noia che prevedeva una dettagliata scaletta: tenersi occupato, fare lunghe passeggiate, dormire bene, fare la doccia e cambiarsi al buio, bere vino rosso, pensare ad altro, parlare.
Come passatempo stava costruendo nel suo giardino una struttura in mattoni con tanto di telai alle finestre e nel frattempo nella sua testa scorrevano i film delle vacanze passate in giro per il mondo con la famiglia, costellate da immancabili guai.
Altre peculiarità di George sono la riservatezza e la prudenza. A suo giudizio il fatto di parlaredei propri problemi è un piacere sopravvalutato. Non che lui fosse ostile al dialogo con gli altri. È un piacere della vita.
« E tutti – secondo George – di quando in quando, avevano bisogno di lagnarsi sopra una pinta di Ruddles per i colleghi che non facevano abbastanza spesso la doccia, o per i figli adolescenti che erano rincasati ubriachi in piena notte e avevano vomitato nella cesta del cane».

Ultimamente non poteva accendere la Tv senza vedere qualcuno discutere della propria adozione o spiegare perché aveva accoltellato il marito. Egli in cuor suo, aveva maturato una considerazione filosofica: il segreto per essere felici stava nell’ignorare del tutto tante cose.
Ad essere sinceri la genealogia familiare di George non era poi così normale. Il padre, quando era ubriaco (spesso), dormiva bocconi sul prato; sua madre piangeva sempre in bagno; la sorella, neanche farlo apposta, aveva sposato un bevitore; lo zio, impazzito, fu ricoverato in un orribile ospedale.
Già dalle prime pagine George lo incontriamo sofferente per continue crisi di panico. È terrorizzato quando, provandosi un abito per il funerale dell’amico, scopre sul fianco una piccola escrescenza ovale di carne, più scura della pelle circostante e pensa sia cancro. Un giorno decide di tagliarsela per estirpare alla radice il tumore. Lo fa con una forbice, ma mentre si sta lavando la ferita grondante sangue, maldestramente si ferisce con un coltello. È in casa da solo e preso dal panico sporca ogni angolo dell’abitazione del suo sangue. Infine è in ospedale che gli consigliano uno psicologo e una buona dose di Valium.
Quando la figlia Katie gli prospetta un secondo matrimonio, l’angoscia lo afferra alla gola, la paura di morire diviene una crudele (nella sua mente). George perde la testa, ma a modo suo, cercando di non disturbare, ma in realtà combina un tale putiferio da mettere in subbuglio tutti gli altri personaggi del romanzo.A un certo punto del romanzo, George non si sa bene se in un momento di lucidità o di torpore pensa: “Lo sa Dio – il mistero dei figli non finisce mai”. (n.d.r. Grande verità!)

Jean, la moglie, se la spassa con David un pensionato che aveva lavorato per quindici anni con il marito. D’altronde suo padre per vent’anni era andato a letto con la vicina di casa. L’uomo era separato amichevolmente dalla moglie Mina. Non era poi così bello, anzi era più basso di lei ma «a differenza degli uomini sopra i cinquant’anni, coltivava interessi di ogni tipo». George non lo sa, e preferirebbe non venirlo mai a sapere tanto che un giornoinvita David a mangiare e al termine chiede alla moglie “Tu non mi lascerai mai?” e lei: “Ma no, figurati”. Probabilmente era un segno premonitore.
Qualche tempo dopo George trova la moglie a letto con David, non si fa sorprendere e se ne va. Comincia a girovagare, finisce in un hotel, dove si ubriaca, sta male, vomita, si fa un taglio alla testa e poi ritorna a casa stravolto.
«Jean era depressa. Una sensazione di cui non era abituata. Lei andava in ansia ma poi se la cavava. Si arrabbiava ma non si abbatteva. D’accorso era ingenerosa ma non poteva fare a meno che la situazione con George fosse più grave di quel che era. Che avesse bisogno di lei ancora per un po’ e invece in men che non si dica era tornato a lavorare allo studio, posando mattoni e segando legno. Jean si sentiva persa in mezzo al mare. George era laggiù sulla sua isola. E David su un’altra isola. E Katie e Jamie. Tutti con la terra sotto i piedi. Mentre lei andava alla deriva tra loro, e la marea la portava lentamente sempre più lontano».
Katie è separata ed è madre di Jacob: un bambino di tre anni avuto dal primo matrimonio. Graham il vero padre ritenta di creare un rapporto che ben presto naufraga per la presenza di Ray il nuovo fidanzato. Ray non sopporta le avances dell’ex tanto da farlo imbestialire. Prende e sparisce per tre giorni lasciando la sua casa a completa disposizione di Katie e Jacob. Per sei mesi Katie vive con Ray, che si dimostra un uomo buono, ingenuo, generoso, affidabile ma Katie non è sicura di amarlo. Anche il padre pensa che Ray non sia l’uomo giusto per la figlia. Colpa anche la stazza di Ray che lo fa assomigliare a un pachiderma, “sembra una persona normale sottoposta a ingrandimento. Si muove più lentamente degli altri, come grossi animali dello zoo”.
Jamie, fratello di Katie al riguardo fa una banale ma realistica considerazione: «Non si sposa qualcuno perché ha delle risorse. Si sposa qualcuno perché se ne è innamorati. E avere troppo senso pratico rende poco sexy».

Ray si dimostra davvero un uomo con i piedi per terra. Tra lui e Jacob si istaura un bellissimo rapporto, come tra un padre e un figlio. Un giorno Ray porta Katie e Jacob su a Hartlepool da suo padre e dalla matrigna che «abitavano in una casetta con giardino che a Jacob sembrò un paradiso Alan e Barbara trattarono Katie come la figlia di un signorotto, il che fu snervante fino a quando egli non capì che probabilmente trattavano allo stesso modo ogni estraneo».

Mentre la famiglia Hall è sempre sull’orlo di una crisi di nervi aumentata all’ennesima potenza dall’imminente matrimonio “che si fa, non si fa e poi si fa”, Ray è deciso. Katie ha i nervi a fior di pelle, Ray è sicuro di sé. Un atteggiamento che fa breccia nel cuore della donna tanto da farla decidere di chiedergli di sposarla.
Così Katie allacciò la cintura e glielo chiese. In ginocchio per poterla buttare sul ridere se fosse stato un disastro. Ray si illuminò. – Naturale che ti sposo. Lei fu così sorpresa che si scoprì a cercare di fargli cambiare idea. – Sei proprio sicuro al cento per cento? – Ehi- Ray la prese per le spalle. – Cosa? – Ho detto di sì. Ho detto che ti voglio sposare.  – Lo so, ma… – Che cosa, sai? –“

Jamie è un uomo schivo e riservato. Abita a Londra e lavora in uno studio immobiliare. È  omosessuale: una condizione che inizialmente crea imbarazzo ai genitori, ma poi il rapporto migliora fino alla completa e consapevole accettazione. È fidanzato con Tony un imbianchino.
Quando viene informato dalla madre del matrimonio della sorella nasce un diverbio tra lui e il suo compagno sulla necessità di partecipare come coppia alla cerimonia nuziale o se fosse meglio che lui andasse da solo per non creare imbarazzo. Una tensione che farà decidere a Tony non solo di non prendere parte allo sposalizio ma di rompere il rapporto con Jamie.
Tra Jamie e Ray inizialmente non corre buon sangue, i pregiudizi sessuali sono un forte inibitore, ma pian piano, affrontando insieme i problemi che il “complesso” matrimonio crea, soprattutto dovuto alle disavventure della famiglia Hall, si salda un’amicizia tra i due.

E veniamo al gran finale. Il giorno delle nozze c’è un susseguirsi di scene che vanno dal tragico-comico al drammatico con tanto di scazzottatura finale e attimi di amore intenso e sdolcinato in salsa gay.
George dilaniato dalla tensione scappa. Jamie percorre tutte le vie della zona inutilmente, ma per fortuna alcuni parenti ritrovano George nascosto  tra l’erba di un campo.  Il giovane si lascia andare ad un’amara considerazione: “La capacità degli anziani di non riuscire assolutamente a comunicare fra loro” è drammatica.
Tony, tornato dalle vacanze, su insistenza e consiglio della sorella capisce di amare Jamie e perciò partecipa al matrimonio.
George riconosce tra gli invitati David, l’amante della moglie e preso dall’euforia e da un sano orgoglio, lo prende a pugni. Al malcapitato non resta che darsela a gambe. Jean, che aveva avuto la malaugurata idea di invitarlo, prende atto dello sbaglio e capisce che la sua vita deve essere vissuta accanto al marito. Jamie e Tony sono una coppia; Ray, Katie e Jacob formano una nuova famiglia; George e Jean ricominciano daccapo. Tutti vissero felici e scontenti.

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