Un lungo corteo con fiaccole e fiori come segno di testimonianza e per dare voce a chi non ce l’ha

Michele LUPPI

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Non chiudere gli occhi di fronte ai conflitti che lacerano la società, ma soprattutto non distogliere lo sguardo dai tanti segni di pace che ogni giorno illuminano la nostra quotidianità. È questo il messaggio che la città di Brescia e la sua Chiesa lanciano in questo inizio di 2012. Una riflessione che emerge tra le pieghe della 44a Marcia nazionale della Pace, dal titolo “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”, che ha visto ieri la città lombarda come suo epicentro nell’ultimo giorno dell’anno.
Un invito raccolto fin dalla partenza dagli stabilimenti Iveco segno della gloriosa storia produttiva di questo territorio, ma anche delle difficoltà della crisi odierna. “Ci troviamo questa sera – ha detto mons. Giancarlo Bregantini, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei – per camminare insieme dentro situazioni concrete e complesse, convinti che non si educhino i giovani con le semplificazioni. In questo cammino desideriamo testimoniare al mondo che è il tempo per una rinnovata promessa di pace”. Un messaggio valido per il nostro Paese ma ancora di più per i popoli vittime di conflitti. “Queste marce servono a dare voce a chi non ce l’ha, a quelle popolazioni che vivono la guerra e non hanno nemmeno la forza di invocare la pace”, ha sottolineato Zeggai Nighisti, coordinatrice regionale dell’associazione Donne eritree.
Il lungo corteo, guidato dalle fiaccole, ha poi iniziato il suo pellegrinaggio tra luoghi, volti e storie significativi per la città, come l’associazione CamperEmergenza che dal 1999, grazie al servizio di 150 volontari e di un camper, ogni notte offre sostegno ai senza dimora. O la parrocchia dei Santi Faustino e Giovita impegnata, in una zona ad alta concentrazione di migranti, in un difficile cammino di accoglienza. Quegli stessi migranti che hanno partecipato all’organizzazione della marcia e che, a decine, hanno seguito dalle finestre il passaggio delle fiaccole. Parlando ai giovani mons. Giovanni Giudici, presidente di Pax Christi, ha invitato a “vincere lo scetticismo e la rassegnazione che sempre più frequentemente segnano le nuove generazioni”. E i giovani hanno risposto. Alcuni volontari della Caritas di Brescia hanno parlato della loro esperienza dell’Anno di Volontariato Sociale svolto nei campi della marginalità e dell’educazione.
In silenzio il cammino è proseguito verso piazza della Loggia, teatro della strage del 1974; una ferita ancora viva nel cuore di Brescia. Qui le parole hanno lasciato spazio al silenzio e alla deposizione dei fiori a formare una colomba ai piedi della stele che ricorda le 8 vittime. Pochi minuti dopo le fiaccole hanno illuminato il piccolo piazzale adiacente le mura del carcere di Canton Mombello, salutate dalle grida dei detenuti: “Pace”, “buon anno”, hanno gridato, fischiando e picchiando con le tazze sulle sbarre di ferro. Una struttura, quella di Canton Mombello, che come altre in Italia è sovraffollata: a fronte dei 205 posti ordinari previsti, le presenze sono 530, di cui il 70% stranieri. Prendendo la parola, dopo aver salutato i detenuti, il presidente di Caritas Italiana, mons. Giuseppe Merisi, ha ringraziato le tante realtà che ogni giorno sono impegnate nei penitenziari e ha invocato “una giustizia che sappia creare la pace”. Una giovane di Volontariato Carcere – associazione a cui sono state donate le offerte frutto del digiuno dei partecipanti – ha poi letto una preghiera scritta da alcuni detenuti: “Signore Gesù tu sai quanto sia difficile pregare per un carcerato. È difficile pregare e credere quando ci si sente abbandonati dall’umanità. Anche per te fu difficile pregare sulla Croce (…). Tu scusi, perdoni, dimentichi. Io, però, non voglio essere commiserato da nessuno: voglio che si creda in me, nella mia rigenerazione. (…) Dammi la fede nella vera libertà che è dentro di me e nessuno può strapparmi”.
Quella del carcere è stata forse la realtà che più di ogni altra ha mostrato con crudezza la coesistenza nella nostra storia di conflittualità e pace, disperazione e speranza. Ma una luce è affiorata in tanti piccoli segni simboleggiati dalle lampade portate ai piedi dell’altare della Basilica dei Santi Nazaro e Celso, nella messa che ha chiuso il lungo cammino dei circa mille partecipanti. “Sono tanti i semi di odio gettati nella nostra società – ha affermato mons. Luciano Monari, vescovo di Brescia – per questo sarà alto il prezzo da pagare per costruire una società riconciliata. Un prezzo che sarà pagato da quanti saranno capaci di non rendere il male con il male”. Un compito che tocca soprattutto a voi giovani, ha ribadito il Vescovo, ricordando come “il primo passo per costruire un mondo di pace è costruire la pace in noi stessi”. La celebrazione si è conclusa con la lettura delle preghiere dei leader delle religioni all’incontro mondiale di Assisi. L’ultimo segno di questa lunga marcia per la pace che si chiude mentre, in sottofondo, i botti già segnano l’inizio del nuovo anno.

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