Da diversi anni don Antonio Anastasi, coadiutore in Santa Giustina ad Affori, affronta il tema della criminalità organizzata coi suoi ragazzi. E racconta di un’attenzione alla legalità che cresce anche nella pastorale

di Claudio URBANO

«È come se una cosa che sapevamo essere presente appena fuori dalla porta ce la fossimo trovati in casa». Don Antonio Anastasi, coadiutore in Santa Giustina ad Affori, da anni è in prima linea nel mettere in guardia i ragazzi dal fascino dello stile di vita malavitoso: soprattutto da quando l’incendio al centro sportivo di via Iseo nell’ottobre del 2011 ha reso evidente a tutti come l’influenza di una famiglia di ’ndrangheta di un quartiere vicino, Bruzzano, si estendesse anche ad Affori, dove molti genitori della parrocchia portavano i figli per le attività sportive.

Insegnando nella scuola media che sorge proprio di fianco al centro di via Iseo (ora riaperto in alcune parti), don Antonio ha un osservatorio privilegiato da cui lanciare ai giovani alcune provocazioni, puntando tutto sul fascino autentico della bellezza e della libertà rispetto a quelle, apparenti, offerte da uno stile di vita “malavitoso”, «che abbaglia e seduce – avverte -, promettendo facili guadagni o appartenenze che garantiscono sicurezza e rispetto da parte degli altri, e che colpisce certamente anche gli adolescenti che non appartengono a una famiglia mafiosa o della ’ndrangheta».

«Le stesse dinamiche che regolano l’appartenenza a determinate compagnie di ragazzini – spiega don Antonio – ricordano molto da vicino quelle che regolano l’appartenenza ai clan mafiosi, con leader negativi che, attraverso il loro fascino, riescono a radunare intorno a loro persone che li seguono in tutto e per tutto; con codici di comportamento precisi come l’omertà. Si sa chi ha fatto una cosa, ma nessuno parla, perché fa parte del gruppo: “So chi è stato, ma non sono un infame, quindi non lo dico”». Un modo di relazionarsi sempre più diffuso, soprattutto tra i ragazzi, dentro la scuola, e che non lascia esente neppure chi non ha alle spalle situazioni particolarmente disagiate.

Una realtà che si nota soprattutto a scuola: «I casi sono pochi, ma significativi. Quando ho affrontato questi temi alcuni mi facevano chiaramente capire che questa mentalità ce l’hanno dentro. Presi separatamente, a volte sono gli stessi ragazzi che mi hanno confidato: “Io vorrei essere diverso, ma da un certo punto di vista non posso, perché gli esempi che ho davanti sono così, perché se io non faccio così nel mio quartiere non sono nessuno, mi mettono i piedi in testa”».

Un ambiente che si può “formare” anche nella piazza del quartiere, o addirittura in oratorio, anche perché spesso non c’è una divisione netta tra “dentro” e “fuori”, e naturalmente le amicizie e le conoscenze dei ragazzi sono trasversali. Non si può quindi dire che ci siano ragazzi più o meno a rischio. «Si può entrare in certi giri magari per scherzo, anche semplicemente per procurarsi lo spinello quotidiano – chiarisce don Antonio -. Questo non vuol dire che uno per forza ci debba cadere dentro, ma alcuni modelli generano fascino. Soprattutto nella fascia adolescenziale, in cui un ragazzo cerca di definire la propria identità e di affermare se stesso, i modelli che promettono successo e una forte identificazione, che offrono appartenenza al di fuori della famiglia sono attraenti».

Quali le “contromisure”? Don Antonio spiega che con questi ragazzi non si può fare leva sui grandi valori: questi discorsi non li scalfiscono. Piuttosto ci sono categorie che li toccano nel vivo, che li sollecitano nel loro vissuto. Il primo tasto è quello della libertà, che tutti giudicano un valore fondamentale e che spesso questi ragazzi ritengono di possedere o addirittura ostentano: «Sono libero perché non vado a scuola, non temo le forze dell’ordine…». «Molte volte li interrogo: tu che per farti accettare devi fare queste cose anche se non sono nelle tue corde, che per paura di qualcuno subisci qualche angheria, che per farti rispettare devi assumere questo volto di persona ingrugnita, sei veramente libero? Qualcuno si ferma e dice: mi piacerebbe, ma non lo sono. Allora domando se ne valga veramente la pena. Essere considerato in un certo modo, far parte di un certo gruppo, vale il prezzo di perdere la propria libertà?».

Il secondo tasto è quello della bellezza. Qui don Antonio ricorda alcune parole affidate ai giovani da don Tonino Bello: «Amate la bellezza, coltivate la vostra bellezza, curate la vostra persona, la dolcezza del vostro sguardo». «Parlando coi ragazzi più difficili, chiedo loro se in fondo li attira di più un ambiente pulito o devastato dagli atti vandalici, dai loro atti vandalici. Se li attira di più una ragazza che si profuma, si trucca, oppure una ragazza trascurata. Allo stesso modo se sono più attratti dalla violenza o dalla tenerezza. Dal prendere a pugni qualcuno o dall’aiutare qualcuno in difficoltà. Ragazzi che si baciano affettuosamente o la violenza sulle donne… E su questi tasti vedo che i ragazzi sono ancora sensibili, quindi cerco di insistere».

Don Antonio è interessato a questi temi anche per la propria storia personale: di genitori siciliani, durante le vacanze, dice, «sentivo parlare del piccolo mafioso di cui non si sarebbe mai parlato alla tv», e ricorda che anche un suo parente, in Sicilia, per alcuni anni ha pagato il pizzo. E anche a Milano, spiega, alcuni contesti o situazioni fanno aprire gli occhi. Da qui la decisione di indirizzare su questi temi anche la sua azione pastorale: «Come si pone un cristiano di fronte a questa mentalità di illegalità dilagante? Come si pone la Chiesa, non solo a Palermo o Catania, ma anche a Milano, di fronte a fenomeni che sono una violazione così evidente di quella libertà e dignità dell’uomo che il Vangelo proclama? L’attenzione alla dimensione sociale del peccato e l’educazione alla ricerca del bene comune dovrebbero sempre far parte della formazione cristiana», insiste don Antonio. E si dice convinto che, se finora si è insistito più su altri aspetti della dottrina sociale, ci si sta sensibilizzando sempre più anche sui temi della giustizia e della legalità.

Due anni fa don Antonio ha portato i suoi ragazzi in Sicilia per un “tour della legalità” promosso da Addiopizzo, la rete di giovani che si batte contro il racket sull’isola, con cui collabora per progetti di educazione alla legalità anche nella scuola dove insegna a Milano. Vivono un’esperienza analoga anche i giovani dell’oratorio di San Pio V in Calvairate, che ogni estate partecipano a un campo dell’associazione Libera nelle terre confiscate alle mafie. «Addiopizzo, Libera, don Ciotti sono punti di riferimento», dice don Antonio, che tornando ai suoi ragazzi riflette: «Molte volte si ha l’impressione di ricominciare da capo, si rischia di demoralizzarsi. Poi uno guarda alla figura di don Pino Puglisi (ucciso nel 1993 dalla mafia a Palermo, oggi beato) e continuiamo a rimboccarci le maniche».

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