Presiedendo la celebrazione nella quale i Decanati della Zona pastorale VI hanno consegnato i loro documenti, l'Arcivescovo ha esortato alla «concretezza localistica» e, allo stesso tempo, all'attenzione maggiore all'intera Diocesi

di don Nicola CATENI Parroco di San Giuliano Milanese
Redazione

La chiesa di Santa Barbara a San Donato Milanese è una delle più grandi della VI Zona pastorale: testimonianza notevole di arte moderna (architetto Bacciocchi, opere di Arnaldo e Giò Pomodoro, Caron, Tomea, Rizzo, Cascella, Fazzini, Rossi, Perez, Cassinari, Gentilini, Boccardo, Melzi, Tomiolo), come ha spiegato il parroco don Pietro in attesa dell’inizio della celebrazione per la consegna della carta di comunione per la missione dei nove decanati, è stata costruita negli anni Cinquanta per il villaggio dell’Eni “Metanopoli”, voluto da Enrico Mattei come modello integrato di residenza per quadri dirigenti e impiegati della grande azienda. Un modello di comunione civile ha costituito dunque, nella serata di giovedì 23 settembre, il contesto per il rilancio della comunione ecclesiale che ci sta da un anno coinvolgendo come diocesi ambrosiana.
«Non so se ce la faremo»: col suo consueto stile provocatorio, il vicario episcopale monsignor Mario Delpini ha rilanciato più e più volte questa domanda carica di apprensione e di dubbio, ma che in realtà ha condotto l’assemblea a pensare a questa consegna «più come a un’invocazione che a un risultato» acquisito una volta per tutte, «più come a un seme che a un frutto».
In questa linea si è mosso per esempio il Decanato di Melzo, il cui lavoro è stato ripercorso da un rappresentante del Consiglio pastorale decanale. Interessante è stato il suggerimento a poco a poco emerso nel corso di quest’anno di lavoro, relativo a un linguaggio sempre più adatto a uomini e donne del nostro tempo, pensando anche alla declinazione del messaggio evangelico ai tanti non credenti e indifferenti: abbiamo canali formidabili di comunicazione quali l’amore vicendevole e la carità che, con espressione efficace, sono stati indicati come «l’inglese della fede», il linguaggio comune e immediato per raccontare Gesù e il suo Vangelo a tutti.
La consegna della Carta di comunione per la missione, a cura di alcuni rappresentanti di ogni singolo decanato, e della regola di vita del presbiterio da parte di alcuni preti di tutta la Zona, ha preceduto l’intervento dell’Arcivescovo, iniziato sfogliando con la mente e la memoria il Sinodo 47°, dove già risuonavano le parole “comunione”, “comunità d’insieme”, “missione”. E continuando a pescare tra i suoi sentimenti, il Cardinale ha ricordato le recenti visite pastorali decanali, ormai quasi tutte ultimate. Con queste evocazioni a fare da orizzonte, il duplice impegno che ci ha consegnato è stato quello della «concretezza localistica» e l’attenzione maggiore all’intera Zona e, anzi, all’intera diocesi in cammino: in tal senso il grande “cantiere aperto”, espressione ormai abituale di questi anni, è in ultima istanza la inesauribile novità evangelica, che chiede periodicamente un’autentica conversione pastorale. Ed ecco, in ordine a una comunione da attuare secondo tale conversione pastorale, tre precise indicazioni dell’Arcivescovo: la pienezza ecclesiologica della fraternità; la maturità umana, che nasce a sua volta da una corresponsabilità pienamente cercata e attuata. Per dirla con la Sollicitudo Rei Socialis di Giovanni Paolo II, «tutti siamo corresponsabili di tutti».
Il Cardinale ha concluso la celebrazione e la serata con l’invito della liturgia eucaristica: «Tu che hai detto agli apostoli: vi lascio la pace, vi do la mia pace, guarda alla fede di questa Chiesa e donale unità». Un invito da vivere al modo di San Carlo, tenendo fissi gli occhi sul volto del Crocifisso, cioè su ogni volto umano, soprattutto di coloro che sono emarginati e disperati.

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