Simona Beretta, docente di politica economica all’Università Cattolica di Milano, commenta il Discorso alla città del cardinale Scola

di Pino NARDI

Simona Beretta

«Riportare la giustizia nelle istituzioni è la prima strada per fare sì che il sistema delle interazioni economiche sia ricondotto verso il criterio della partecipazione economica. Il problema numero uno è fare in modo che ci siano realmente occasioni di lavoro». Simona Beretta, docente di politica economica all’Università cattolica di Milano, commenta il Discorso alla città del cardinale Scola, a partire dalla severa analisi che l’Arcivescovo propone su un sistema dominato dalla finanza e dalla tecnocrazia.

Scola parla di regolamentazione e supervisione dei mercati finanziari, ma anche della necessità di comportamenti prudenti degli operatori. Come si può fare?
In questo stato di cose la regolamentazione è appropriata e gli agenti devono essere responsabili delle proprie azioni: tutto ciò deve essere fatto, anche se non è facile. Servono due condizioni: primo, che i regolatori non pensino di essere divinità, perché ci vuole molta umiltà a regolamentare un mercato finanziario che per sua natura cambia e si trasforma. Infatti, può rivelarsi terribile per il benessere della gente sia quando è poco regolamentato sia quando è troppo ingessato, come quando rispondeva solo a logiche di carattere politico-amministrativo. I regolatori facciano il loro lavoro sapendo che è difficile e che non hanno tutte le risposte in mano.

E l’altra condizione?
È quella degli attori. Per questo non ci sono ricette magiche, però esistono tante realtà sociali che possono aiutare: come una ricerca appassionata e un insegnamento universitario non tecnocratico, dove i frutti si vedono formando i giovani a pensare che i mercati finanziari sono uno spazio per patti durevoli nel tempo fra persone, in cui c’è la ripartizione equa del rischio. Quindi innanzitutto questo impegno – anche se lungo – di educazione. Inoltre, un maggiore apprezzamento sociale per un lavoro nei mercati finanziari, in cui i parametri di valutazione della qualità della performance non sono solo gli indicatori finanziari. Sottolineo anche che questa è una stagione di pensiero fresco sulla finanza, perché i momenti di crisi sono i migliori per fare innovazione. Abbiamo appena celebrato i 130 anni delle banche di credito cooperativo, che sono state un’innovazione. Oggi possiamo immaginare una strada più diretta al risparmio all’intrapresa produttiva in ambiti locali, dove la fiducia reciproca viene da interazioni ripetute sul territorio. Questa è innovazione, è la fortezza che chiede il coraggio di cose nuove.

Il Cardinale più volte avanza critiche al sistema della finanza, a un capitalismo sfrenato in cerca di profitto che ha dominato negli ultimi decenni. È possibile superarlo?
L’esperienza del sistema economico è plurale, il pensiero non è unico, ci sono diversi centri di potere. Intanto, occorre un lavoro di sano realismo, in cui invece di prendersela in generale con un sistema tritatutto, ce la prendiamo con chi avendo un potere esagerato nel sistema può giocare la parte del tritatutto. Questo lavoro ha bisogno di persone libere, che cominciano a entrare con precisione e puntualità nella comprensione delle dinamiche di relazioni asimmetriche, dove qualcuno ha più potere di qualcun altro. Si tratta allora di intaccare i gangli del potere che fanno sì che nonostante ci siano i bisogni non ci siano le occasioni di lavoro.

Una delle questioni che il Cardinale sottolinea è la tragedia della fame nel mondo. Quali sono le strade per cercare la giustizia verso queste popolazioni così colpite?
Di fronte a gente che muore di fame bisogna cercare di risolvere la situazione, senza tanti proclami, ma avendo la pazienza di capire realmente perché una particolare popolazione, in una specifica area, muore di fame. Perché il fenomeno ha cause diversissime per ciascuna area geografica e quindi sono necessarie azioni mirate. Per togliere le regioni e i villaggi dalla povertà bisogna conoscerli uno a uno. Questo lavoro di conoscenza ravvicinato è un grandissimo spazio di cooperazione reale e anche di costruzione di lavori che rispondono a un bisogno totalmente vero. Quindi per la fame si può fare molto perché in molti casi è legata alla mancanza di infrastrutture di una semplicità paradossale, per esempio un magazzino dove conservare il raccolto da una stagione all’altra in un villaggio africano. Quindi giustissime le campagne di sensibilizzazione, le manifestazioni di volontà politica, gli stanziamenti, la possibilità di mettere a disposizione le competenze e le esperienze a popolazioni che non sono destinatarie passive, ma sono le uniche che possono dirci quali sono i loro disagi e bisogni.

L’Arcivescovo mette in guardia da una visione sull’Europa legata alla tecnocrazia. Quale ruolo può giocare oggi?
Ci sono almeno tre modi di dire la parola Europa: le istituzioni europee; i Paesi membri dell’attuale Unione europea; l’Europa che respira a due polmoni come diceva Giovanni Paolo II, cioè una realtà che si concepisce come quella terra dove è fiorita una cultura che ha fatto del lavoro non una schiavitù, ma la collaborazione all’opera di Dio. Questa Europa ha ancora una grandissima responsabilità, l’Ue ha dentro i segni di un’esperienza politica importante, perché ha nel suo Dna la memoria spesso offuscata di un’identità che è quella che descrivevo prima. Poi, le istituzioni europee. Qui è dove la tecnocrazia si annida. È allora necessario formare persone che vadano a Bruxelles non con l’idea tecnocratica, ma di costruire la grande avventura che continua ad essere l’Europa. Insegno all’università a giovani che si affacciano a queste possibili professioni avendo un grande desiderio di verità e di incidenza. La tecnocrazia la si sfida quando si è tecnicamente preparati e capaci di discernere. Quindi in una posizione in cui bisogna prendere una decisione tecnica non ci si affida alla scelta comoda e rassicurante della tecnocrazia, ma si gioca la propria professionalità umana.

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