Don Alberto Vitali, responsabile della Pastorale diocesana dei migranti, commenta il grave ferimento di due capotreno da parte di ragazzi sudamericani alla fermata di Villapizzone, sul convoglio che da Expo faceva rientro in città

di Stefania CECCHETTI

«Un fatto gravissimo, che come tale va perseguito senza esitazioni». Così don Alberto Vitali, responsabile dell’Ufficio per la pastorale dei migranti della diocesi, ha commentato i fatti di violenza della notte scorsa, sfociati nel ferimento di due capotreno da parte di un gruppo di ragazzi sudamericani alla fermata di Villapizzone, sul convoglio che da Expo faceva rientro a Milano.

Vicenda sulla quale, però, don Vitali ha subito aggiunto: «A preoccuparmi maggiormente non è il fatto che in città ci sia qualche delinquente, ma che le persone predisposte a garantire il buon vivere sociale, anziché preoccuparsi di placare gli animi, per creare le condizioni di una seria e approfondita riflessione, stiano facendo di tutto per aumentare il livello di scontro sociale, per bassi scopi di propaganda politica. È questo che genera, in chiunque sia in grado di riflettere, un vero senso di insicurezza».

Una considerazione seria della questione, invece, non può prescindere dalla domanda sul crescere della violenza, che ormai serpeggia a tutti i livelli della società: «Si è parlato tanto – ha detto don Vitali – del fatto che gli aggressori fossero ragazzi sudamericani. Ma a fronte di quei cinque armati col machete ne conosco centinaia inseriti negli oratori e nelle scuola superiori, che fanno una vita tranquilla come quella di molti loro coetanei italiani».

A far da discrimine non è la provenienza, ma il disagio sociale che si può trasformare in devianza: «Tutti gli operatori, preti, educatori, insegnanti, allenatori sportivi, lo sanno: le azioni deviate di tanti giovani, più o meno gravi, mostrano un grande vuoto interiore. E non lo diciamo per giustificare, ma per capire, perché per combattere questo preoccupante fenomeno bisogna chiedersi quali sono le cause di questo vuoto esistenziale».

L’elenco è quasi scontato: «Più che la povertà economica – sottolinea don Vitali –  gioca quella culturale e l’abbandono dei valori che da anni è in atto nella società, a tutti i livelli. E poi, dobbiamo dirlo al di là di ogni retorica, la disgregazione della famiglia. Sono forme di solitudine che i giovani pagano in maniera pesante».

E non solo i giovani: è di oggi la notizia di un padre di famiglia che ha ucciso il figlio, ferito la moglie e poi si è tolto la vita, fa notare don Alberto Vitali. E prosegue: «La violenza è ormai a tutti i livelli della società. È entrata in famiglia, con tassi fino a qualche anno fa impensabili. È entrata nel mondo del lavoro, dove si è passati da una solidarietà, che esisteva per lo meno tra categorie, a una forma di concorrenza che ha parcellizzato la società in un pericoloso “tutti contro tutti”».

Le cause, prosegue don Alberto Vitali, non possono essere solo economiche, anche se sono le più semplici da individuare: «Ci sono persone povere che conducono una vita onestissima», fa notare. Piuttosto, la vera malattia della società sembra essere l’individualismo, frutto, come dice il Papa nella Evangelii Gaudium, «di un sistema economico che ha fatto della contrapposizione, spacciata per libera concorrenza, non solo una strategia di libero mercato, ma ormai di relazione comune tra i cittadini».

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