Riflessione del sociologo Mauro Magatti dopo la presa di posizione sullo sgombero del campo rom di via Bovisasca


Redazione

15/04/2008

di Pino NARDI

«La Chiesa è la forza morale che pone al centro l’uomo. E questo sollecita a ripensare una politica che si riduce solo a tecnica, che ha “perso l’anima”». Mauro Magatti, preside della facoltà di Sociologia all’Università Cattolica, riflette dopo la presa di posizione sulla vicenda dello sgombero del campo rom di via Bovisasca.

La Chiesa ambrosiana è intervenuta sulla questione sottolineando la necessaria tutela dei diritti umani. Qual è la sua valutazione?
Innazitutto un’espressione di gratitudine: il cardinale Tettamanzi ha posto un tema importante, quello dei diritti personali. Giorni fa ho commentato la direttiva della polizia municipale di Firenze, di rimuovere con la forza i mendicanti che ostacolano il passaggio dei pedoni. Mi sembra che tra questa e lo sgombero del campo rom ci sia un filo comune. La risposta che arriva dal centrodestra a Milano e dal centrosinistra a Firenze è meramente tecnica: risolviamo il problema, rimuoviamo, mettendo tra parentesi che si tratta di persone, con tutto quello che nella nostra tradizione e cultura vuol dire. Da questo punto di vista non interpreto l’intervento del Cardinale come buonista, ma importante nel dire che non si possono affrontare questi problemi senza tenere conto che stiamo parlando di esseri umani.Quindi tutte le soluzioni anche tecniche devono fare i conti ed essere mediate da questo elemento.

La politica come ha risposto alla sollecitazione? Ha colto la questione o ha un po’ svicolato?
La politica mi sembra che abbia frainteso, o voluto fraintendere le parole, sentendosi messa sotto accusa ha reagito facendosi sfuggire una buona occasione. Anche il sindaco di Milano ha tenuto a precisare tante cose che sono importanti; però mi sembra che non abbia colto il senso di questo richiamo: non voleva essere, credo, un giudizio sull’operato dell’amministrazione, quanto una critica a ridurre tutto a questioni semplicemente tecniche. Questa è una deriva molto forte in una politica che non ha più fonte di legittimazione se non nel fare le cose e quindi rischia di diventare una macchina che non guarda più in faccia nessuno.

Che immagine di Chiesa emerge in questa vicenda? I preti più coinvolti sul territorio raccontano l’impegno della comunità cristiana a favore degli ultimi, ma anche un dibattito interno…
Non mi sorprende e non mi scandalizzo del fatto che dentro la Chiesa, un’entità articolata, siano espresse sensibilità diverse. Si osserva però che in questo, come in altri campi, la Chiesa è l’unico soggetto che ha la forza di porre le questioni in una prospettiva diversa da quella efficientistica. Ricordare che sono esseri umani è l’unico modo per non tradire una storia che ha portato fino a qui.

Quindi è sempre più forza morale…
Sì. In un mondo che si rifiuta di fare considerazioni di ordine morale la Chiesa è l’unica agenzia in Italia che le pone esplicitamente. E si scontra sempre con le risposte del mondo politico e di quello laico, che reagiscono dicendo che non si può parlare di morale. Ma questa ha a che fare con la vita comune, quindi non si può vivere insieme, checché se ne dica, senza parlare di morale. La politica deve scegliere: se decide di essere solo un apparato tecnico che risolve questioni pur importanti, come traffico o inquinamento, allora dobbiamo trovare un altro luogo di confronto, ma è da inventare. Se dunque si autoriduce, non pretenda di fare discorsi sul mondo, ma se vuole farli, deve qualificarsi in modo più appropriato.Da questo equivoco bisogna cercare di uscire ed è molto importante che la Chiesa si faccia sentire, ponendo questioni che riguardano il vivere insieme, che la politica in questo momento non è in grado di affrontare in maniera compiuta.

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