Dal cardinale Angelo Scola l’invito ad affrontare con fiducia la situazione drammatica che oggi stiamo attraversando. L’insegnamento della Chiesa: riportare il soggetto al cuore dell’economia di mercato

cardinale Angelo Scola

Pubblichiamo un’intervista al cardinale Angelo Scola comparsa sul settimanale diocesano Gente Venetasul numero 14 del 2009

 «L’evento della Pasqua è un dato storico, preciso, che noi viviamo nella liturgia non come una sacra rappresentazione, ma come un’azione della nostra libertà. E perciò si lega alla condizione storica della crisi».

E che messaggio ne viene?
La speranza a cui Gesù ci spalanca nella Pasqua è una speranza solidale. È l’espressione della solidarietà del Figlio di Dio con l’uomo: il Figlio di Dio, nel Suo incarnarsi, si fa carico di tutte le dimensioni della vita dell’uomo, e l’economia è una di queste. Perciò per noi cristiani, ma anche per chi riflette con ragionevolezza sulla situazione, credo che questa prospettiva di Cristo come principio-speranza solidale sia ciò cui dobbiamo guardare per uscire dalla crisi.

Come uscirne, appunto?
Credo sia necessario riequilibrare l’economia di mercato nella direzione di subordinare l’uso dei beni al valore e alla dignità del soggetto personale e comunitario. In questo senso, nella crisi è contenuto un invito profondo a mutare i nostri stili di vita.

Si tratta di ridurre i consumi, di “decrescere”, come afferma qualcuno?
No, non si tratta tanto di non consumare o di consumare di meno: al centro ci deve essere l’interrogarci su come consumare. Dobbiamo in primo luogo chiederci in che modo il consumo dilata e rende dignitosa la vita del soggetto e della comunità. In questo senso vedo un’analogia con il tema degli affetti: in che modo, infatti, gli affetti esaltano e compiono la persona e la comunità? Solo se sono vissuti nella ragionevolezza di un amore ordinato.

E i consumi?
Se sono assunti dentro la ragionevolezza dei beni materiali necessari ad espandere la dignità dell’uomo, occupano un posto importante nella nostra vita. Altrimenti producono squilibrio.

Lei, Eminenza, sta cioè invitando a riconoscere meglio i fini e i mezzi nell’economia?
Esattamente. Se si riporta il soggetto al cuore dell’economia di mercato, allora inesorabilmente si equilibra il rapporto fra il soggetto stesso e l’uso dei beni. In ciò basta ricordare il grande e antico insegnamento della Chiesa, proprio già dei tempi di san Tommaso, secondo cui tutto ci è dato in uso. La proprietà privata consiste nel fatto che tutto ci è dato in uso, ma la destinazione dei beni è universale. E qui si innesta un altro e basilare elemento: si esce dalla crisi ritrovando speranza non solo a partire dal primato del soggetto, ma anche dal fatto che la speranza che abbiamo delineato è per sua natura solidale.

Il che, tradotto nel concreto delle scelte economiche, cosa significa?
Che noi non usciremo dalla crisi se non sapremo andare incontro alle situazioni estreme di povertà – cominciando dalle persone che qui da noi, in Italia, perdono il lavoro, immigrati compresi – per andare ai bisogni dell’Africa. Il che vuol dire, per esempio, guardare alla povertà e alla miseria africane non solo come a problemi da affrontare per un dovere di giustizia e in un impeto di carità, ma come a opportunità per riequilibrare il mercato.

All’incirca com’è accaduto in questi ultimi anni con la Cina?
Certamente. Nel rispetto, però, di tutti i diritti dell’uomo e della società. Noi occidentali, così come siamo troppo ignavi verso l’Africa, siamo colpevoli circa la modalità con cui la Cina non sta affrontando il problema dei diritti dell’uomo.

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