Padre Ugo Sartorio, direttore del “Messaggero di Sant’Antonio”, commenta il volume del cardinale Scola presentato al Salone di Torino, che raccoglie alcuni articoli scritti per il mensile dall’Arcivescovo con linguaggio «cristallino»

di Pino NARDI

Padre Ugo Sartorio

«Colpisce la grande chiarezza di questo libro, è adamantino, cristallino, che parla da solo. Io amo presentarlo come il libro più divulgativo, ma la divulgazione secondo me è l’arte di chi si affatica intorno alla possibilità di comunicare al meglio ciò che conosce molto bene». Padre Ugo Sartorio è il direttore del Messaggero di Sant’Antonio, il più diffuso mensile del Paese. Commenta il libro del cardinale Scola (Famiglia risorsa decisiva), presentato sabato al Salone del libro di Torino, con una lectio magistralis dell’Arcivescovo. Il libro raccoglie alcuni articoli scritti da Scola per il mensile.

Come nasce la collaborazione del Cardinale con il Messaggero di Sant’Antonio?
Il punto di partenza è stata la volontà del Patriarca – perché l’idea è nata quando Scola era ancora a Venezia – di tenere una rubrica sul Messaggero di Sant’Antonio, avendo espresso la volontà di impegnarsi con una particolare facilità comunicativa. Il nostro mensile ha avuto una grande tradizione di legami con i Patriarchi: infatti per quattro anni, dal 1972 al 1976, Albino Luciani quando era a Venezia è stato nostro collaboratore. Io ho voluto così riabilitare questa grande storia e tradizione, per cui con il cardinale Scola si è avviata questa rubrica. Lui ha deciso espressamente, in tutta liberta, di tenerla proprio sul tema della famiglia. Si era lontani da ogni prospettiva di passaggio a Milano e da ogni pensiero di un suo coinvolgimento in primissima linea con Family 2012. Quindi con grande pacatezza e direi acutezza il Patriarca ha messo a frutto quello che è tutto il suo bagaglio teologico: è uno studioso della famiglia fin da tempi molto remoti. Ha pubblicato libri altamente scientifici, molto interessanti sulla coppia, sulla famiglia, sull’amore. E credo che in questa sintesi di 4 mila battute l’una abbia svolto un discorso di grande fascino compenetrando la realtà della famiglia ed esponendo questo argomento alla gente comune dal punto di vista della fede.

Infatti, spesso qualcuno sostiene che Scola abbia un linguaggio molto elaborato e per certi versi complesso. Questi articoli invece contraddicono il luogo comune…
Credo che questi articoli, ora raccolti nel libro, contraddicano di sicuro il luogo comune di un cardinale Scola criptico, autoreferenziale, con un linguaggio troppo alto, quindi troppo limato, troppo scientifico. Credo al contrario che sia uno dei primi libri o forse l’unico di Scola che non ha note a piè di pagina. È un libro scritto di fronte all’interlocutore, non soltanto perché vuole essere semplice, ma perché vuole vivere le cose vere della vita. Parla della fedeltà, dell’amore, di come i giovani si amano e si vogliono bene. Queste cose la gente le capisce, non c’è bisogno di una dietrologia, del pacchetto di note a fondo pagina o della citazione di questo o quel teologo. Credo che lì ci sia un impegno che a livello umano ed ecclesiale dice tutta l’autenticità di questa figura.

Cosa l’ha colpita di più mettendo insieme le riflessioni dell’Arcivescovo?
Quello che più mi colpisce è la grande fiducia che il Cardinale ha nei giovani e nel loro modo di intendere l’amore e l’affettività, non in maniera così superficiale come spesso accade agli adulti. C’è una genuinità in loro che a volte stupisce: quando i giovani vengono interrogati sull’amore, chiaramente sono alle prime armi, però danno risposte disarmanti perché sostengono a spada tratta il “per sempre” e l’unicità della relazione. E questo Scola lo dice, perché nasce comunque dalla sua esperienza di incontri con giovani. Oggi dobbiamo domandarci: ma dove e da chi è vissuto il Vangelo? Si parla troppo di chi non lo vive, ma si parla troppo poco di chi invece lo vive o di chi ha grandi ideali in cuore.

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