Le celebrazioni dell’Arcivescovo in Duomo l’1 e 2 novembre, funzioni care a credenti e non, connesse tra loro e che la liturgia pone in successione, come sottolinea il Vescovo ausiliare e Vicario episcopale monsignor Paolo Martinelli

di Luisa BOVE

Il mese di novembre si apre con due celebrazioni cariche di significato per tutta la Chiesa: quella di tutti i Santi (1 novembre) e la commemorazione dei defunti (2 novembre). Ma un nesso tra queste due liturgie c’è. «Sono due celebrazioni veramente chiave, soprattutto per il nostro tempo – esordisce monsignor Paolo Martinelli, Vescovo ausiliare e Vicario episcopale per la Vita consacrata maschile -. Sono profondamente legate l’una all’altra. I santi sono esistenze riuscite, persone compiute, che ora sono nel cuore di Dio e vivono per sempre; nel giorno dei morti, invece, pensiamo a tutti i nostri defunti con la speranza e il desiderio profondo che raggiungano anch’essi la pienezza della vita. Quindi guardiamo ai santi e desideriamo che tutti i nostri cari raggiungano quella meta».

In particolare qual è il significato della solennità di Tutti i santi?
Innanzitutto è importante che in questa solennità tutti i santi siano celebrati insieme, in un unico momento liturgico; questo ci richiama al mistero della «comunione dei santi». Nessuno, per così dire, è santo da solo; ciascuno è in una profonda relazione di amore con gli altri. Il santo in questa prospettiva è un uomo di comunione. Per comprendere questo occorre andare alla radice stessa della parola “comunione dei santi”, che indica una duplice realtà: comunione con le “cose sante” e comunione tra le “persone” sante. Le cose sante sono in realtà i sacramenti, in particolare il mistero dell’Eucaristia. Entrando in comunione con il corpo e il sangue di Cristo, ci troviamo più profondamente in comunione tra noi. In tal senso la comunione dei santi esprime anche un ideale antropologico per noi che siamo in cammino: essere persone in relazione. Il santo è colui che compie se stesso nel dono di sé agli altri. Il 1° novembre ricordiamo anche il fatto che tutti noi siamo chiamati alla santità, come ha ricordato il Concilio Vaticano II. Pertanto in questa grande solennità non celebriamo solo quanti sono santi in cielo, ma ricordiamo anche che l’ideale più vero per ogni uomo è quello della santità. Siamo nati per essere santi e in comunione gli uni con gli altri.

Pochi giorni fa gli ambrosiani hanno seguito con gioia la beatificazione di Paolo VI, ma ci sono altre figure care alla Diocesi: i beati Talamoni e don Gnocchi, santa Gianna Beretta Molla e tanti altri…
È vero, è stata una grande gioia poter partecipare alla beatificazione di Paolo VI ed è una gioia e un conforto guardare a tanti santi così significativi, sorti in terra ambrosiana. Vorrei dire che il cattolicesimo popolare della terra ambrosiana si vede proprio dai santi che qui si formano, figure di grande carità e di grande audacia, molto amate dal popolo.

Oggi si moltiplicano gli esempi di santità anche vicini alla gente. Quali sono le prime virtù da imitare?
Certamente ci sono virtù peculiari dei santi che vengono vissute a livello eroico e straordinario, ma vorrei invitare innanzitutto a cogliere in essi le virtù fondamentali del cristiano. Penso alle virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. I nostri santi sono innanzitutto maestri e indicatori di cammino per la vita cristiana nella sua struttura fondamentale. Anche i santi da lei citati sono vite in cui risplendono le virtù proprie del cristiano, ci fanno vedere la santità come realtà possibile verso la quale dobbiamo tendere per esser noi stessi, con l’aiuto della grazia di Dio.

La commemorazione dei defunti coinvolge tutti, credenti e non, perché il ricordo dei propri cari va al di là della fede. Qual è il messaggio che la Chiesa vuole trasmettere a tutti?
Questo sottolinea un aspetto profondamente umano dell’esperienza cristiana in genere e della santità in particolare. La morte appartiene alla definizione della vita; oggi siamo però in un tempo in cui la persona umana ha scoperto tante possibilità di cambiare la realtà e di manipolare la vita, tanto da non considerare più il proprio limite e la morte. Per questo il mistero della morte da una parte può essere spettacolarizzato – come nel caso della morte di grandi personaggi -, dall’altra viene censurato. È bello pensare che la Chiesa, invece, in ogni santa Messa si ricorda non solo dei santi, ma anche di tutti i defunti. La preghiera per tutti i defunti è un’espressione di profondo amore alla vita dell’uomo e di ogni donna, al valore infinito che la persona umana ha davanti agli occhi di Dio per l’eternità. Il ricordo per i morti è amore ai loro giorni, a quello che hanno vissuto, ai legami che si sono creati: tutto ciò non cessa mai di avere valore nella Chiesa e di fronte a Dio.

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