Reduce da un’esperienza in una comunità religiosa attiva nel Paese africano da novembre una giovane insegnante di religione milanese sarà di nuovo lì a collaborare a un progetto a favore dei bambini di strada

di Claudia COLOMBO

Claudia Colombo

Mal d’Africa. Ne avevo sentito parlare tante volte senza capire cosa fosse. Eppure ne sono stata contagiata anch’io, quasi senza accorgermene.

Nell’estate scorsa mi sono recata in Ruanda per una vacanza “alternativa” in una comunità religiosa di origine brasiliana, i Servi di Maria del Cuore di Gesù (nel 2007 avevo già visitato la loro casa madre a João Pessoa). Arrivata a Butare (centro intellettuale e religioso del Paese) sono stata accolta con canti, danze e lanci di petali di rosa: subito mi sono sentita a casa, circondata dall’amore di una grande famiglia. La semplicità delle persone, la loro allegria e la loro grande fede mi hanno molto colpita. Soprattutto alla luce del tragico genocidio che sconvolse il Ruanda nel 1994, quando in tre mesi – negli scontri tra Hutu e Tutsi – furono uccise più di un milione di persone. Molti ragazzi e ragazze della comunità sono orfani di quell’eccidio, sopravvissuti a esperienze drammatiche. Eppure nulla traspare dai loro volti, sempre sorridenti.

La comunità è divisa in tre case: maschile, femminile missionaria e femminile contemplativa. Io sono stata ospitata nella casa missionaria, abitata da tre suore brasiliane giovanissime (la madre superiora ha solo 24 anni) e da dieci ragazze ruandesi, accolte dalla comunità come aspiranti e postulanti. Le vocazioni fioriscono in modo stupefacente: ogni settimana arriva una nuova ragazza.

Ho preso parte alle attività della comunità. Il martedì e la domenica pomeriggio, nei villaggi più poveri, i missionari tengono incontri di catechesi e preghiera, ogni volta davanti a una casa diversa: lì, per una settimana, viene accolta una statua della Madonna pellegrina, davanti alla quale familiari e vicini si riuniscono a pregare. Questa missione dalle apparenze molto semplici ha portato bellissimi frutti di riconciliazione nelle famiglie, tutte in qualche modo segnate dolorosamente dai tragici eventi del 1994. Ho partecipato a questi incontri nel villaggio Hutu di Save, dove le conseguenze sono ancora visibili: gli anziani si contano sulle dita di una mano e gli uomini non ci sono quasi più, uccisi in guerra o condannati all’ergastolo, più o meno ingiustamente, per aver preso parte al genocidio dei Tutsi.

Ogni giorno la comunità porta il pranzo ai poveri ricoverati in ospedale. La visita alla struttura mi ha scioccato per il degrado e la mancanza d’igiene: i letti sono spesso condivisi da malati che nemmeno si conoscono, le corsie sono sovraffollate e le latrine emettono un puzzo indescrivibile. L’ospedale non provvede all’alimentazione dei pazienti, dipendenti quindi da familiari che stiano con loro per cucinare e lavare vestiti e lenzuola (che non vengono fornite ai malati). Ma chi non ha nessuno che si prenda cura di lui morirebbe letteralmente di fame. Allora un’assistente sociale segnala questi casi alla comunità, che procura almeno un abbondante pasto al giorno e spesso si fa carico delle cure mediche (a pagamento anche nelle strutture pubbliche).

La comunità ha adottato tre bambini orfani, due dei quali vivevano in ospedale. Ishimwe (2 anni) era ricoverato per malnutrizione, era pelle e ossa con la pancia gonfia e non camminava, né parlava; sua sorella Jeanine (13 anni) chiedeva l’elemosina per potergli dare da mangiare, con scarsi risultati. Grazie a Dio, da gennaio la comunità ha potuto offrire loro una nuova possibilità di vita e ora Ishimwe è un bel bambino in carne, vivace e intelligentissimo, che capisce portoghese, francese e kinyarwanda, mentre Jeanine – che era analfabeta – ha potuto iniziare la scuola elementare con l’altro fratellino Eric (6 anni). Purtroppo il quarto fratellino di 3 anni è morto di difterite due giorni prima di arrivare in comunità.

I Servi di Maria del Cuore di Gesù hanno progettato molte altre opere, tra le quali un asilo nido, scuola dell’infanzia e scuola elementare per i bambini di strada, figli delle prostitute. Proprio per seguire questo progetto, da novembre tornerò in Ruanda. Il Comune di Butare ha messo a disposizione l’ala dismessa di una scuola, che la comunità dovrà sistemare e allestire per dare ai piccoli un ambiente educativo dignitoso e accogliente. È stato chiamato “Progetto Indàbo” (“fiore” in kinyarwanda), perché questi piccoli sono simili a fiorellini: uno diverso dall’altro, hanno bisogno di cure e amore per sbocciare in tutta la loro bellezza. Tutto quanto sarà fatto sarà esclusivamente frutto della generosità di chi vorrà aiutarci. Perciò bussiamo alla porta di molti cuori, sicuri di trovarne qualcuno che voglia aprirsi per contribuire a questa opera…

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