È forte e coraggioso il documentario “Levarsi la cispa dagli occhi”, presentato in settimana nel teatro del carcere

di Silvio MENGOTTO

«Ora mi sono levata la cispa dagli occhi, e giuro mai più tradirò me stesso se non per quello o quella che respirerà con me aria pura». Così si conclude una poesia di Giuseppe Carnovale che ha dato il titolo al documentario Levarsi la cispa dagli occhi di Carlo Concina e Cristina Maurelli, proiettato per la prima volta nel carcere di Opera mercoledì 8 maggio. Nel teatro più di 400 i detenuti presenti, con gli attori e un folto gruppo di cittadini e giornalisti invitati alla rappresentazione.

Grazie alla sensibilità del direttore Giacinto Siciliano il documentario è stato girato interamente all’interno del carcere nell’ambito del progetto Leggere Libera-Mente, nato in sordina ma che nell’arco di cinque anni ha registrato la crescita di un gruppo che oggi conta 60 partecipanti ai vari laboratori di scrittura e lettura. Tutto questo grazie ai responsabili del progetto – Barbara Rossi, Paola Maffeis e Paolo Romagnoli – e a una équipe che vanta la presenza di Silvana Ceruti, Ambrogino d’oro 2012, che da un ventennio presta la sua opera di volontariato all’interno del carcere di Opera affiancata da Margherita Lazzati, Alberto Figliola e Luca Sanson.

Con il dinamico contrasto di luci e ombre, di silenzi e parole, di ombre che, come il tempo, rallentano nei loro gesti e movimenti, il regista racconta la vita e la realtà carceraria nella sua più cruda realtà. Dalle immagini, dai volti e dalle parole ci si accorge subito che, contrariamente a quanto si legge sui giornali, i detenuti scontano integralmente la pena. Per la prima volta la narrazione è ambientata nei luoghi della detenzione: celle, corridoi lunghissimi, passeggi, infermeria e centro clinico. Il più nasce dalle riprese effettuate all’interno dei diversi laboratori dove si sono svolti incontri con scrittori come Vito Mancuso e Duccio Demetrio. Ciò che colpisce lo spettatore è la genuinità dei dialoghi: non c’è copione o una scaletta scritta da seguire proprio per testimoniare e divulgare all’esterno ciò che ancora non si conosce come lo svolgimento della quotidianità dietro le sbarre. «Spogliati dell’apparire – dice Antonio Cesrano – si vestono coltivando l’essere», come la poesia, la scrittura, il dialogo, la relazione che aprono al respiro della libertà.

«Scrivo per ritrovarmi», dice Paolo Mollis. Silvano, invece, è in carcere da 19 anni ed è diventato il bibliotecario. «Scopro la libertà in prigione – dice Silvano -, leggere e scrivere aiutano e salvano». «Crediamo che sarebbe molto costruttivo, semplice, ma soprattutto più fattibile, cercare di apprezzarci per ciò che siamo, in quanto abbiamo capito e amato la vita nel profondo, ma soprattutto il rispetto delle regole – dice Antonio Da Ponte -. Vorremmo credere che vi sia anche per noi un futuro. Riteniamo altresì che non necessariamente compiere azioni non giuste (i reati) agli occhi dell’opinione pubblica, sia un motivo per disprezzarci o biasimarci».

La relazione, un aspetto che emerge in tutti gli attori, è importante perché è la strada che riesce ancora a costruire il ponte della comunicazione verso la libertà. Dino Duchini scrive a un amico: «Libertà e prigionia le sto vivendo anche adesso mentalmente mentre ti scrivo… Ecco, la “magia” non è altro che la “relazione” che in questo momento ho con te e che nel nostro Laboratorio abbiamo tra tutti noi, interni ed esterni. La magia esiste perché esistiamo noi in relazione con loro, ed è solo nella relazione che possiamo esprimerci, senza relazione non ci sarebbe possibilità di esprimerci (di esserci) per alcuno… Ma questo vale anche per i “fuori”… oltre le sbarre!!!».

Le poesie e gli scritti dei detenuti ci accompagnano nel viaggio all’interno del carcere. Parlano molto di detenzione, di sovraffollamento e mancanza di diritti. Anche in restrizione le persone «hanno necessità e urgenza di coltivare la propria mente e la propria anima, di esprimere la propria unicità poetica di esseri umani, di raccogliere i frammenti della propria vita, dopo quel terremoto che è stato il reato e la reclusione, per ridare un senso alla propria storia. È davvero possibile girare pagina, dopo eventi che li hanno duramente segnati? Al di là degli errori del passato e della propria storia personale, questi uomini, ci restituiscono un messaggio che riguarda tutti noi: una ricerca del senso della vita e della propria identità».

Il documentario è forte e coraggioso. “Togliersi la cispa dagli occhi” è una metafora che invita a toglierci ciò che ancora impedisce di vedere «bene la realtà dell’altro, dalle due parti del muro». È un invito allo spettatore a guardare con occhi nuovi e lavati dal pregiudizio: chi è fuori dal carcere «a vedere nei detenuti delle persone con risorse positive, a sua volta le persone detenute a riconoscere che con gli strumenti della cultura ci si può incontrare in altro modo».

«Impariamo a uscire – dice papa Francesco – da noi stessi verso le periferie dell’esistenza». Una di queste è il carcere e questo documentario lo ha raggiunto e percorso. Per questo bisogno di conoscenza reciproca, come in un tour il film verrà presentato tra le carceri italiane e contemporaneamente nella società civile, con particolare attenzione verso le scuole. «Mi sembra che l’originalità di questo documentario – dice Silvana Ceruti – sia quella di essere positivo e propositivo, o meglio direi, quello di mettere in moto una riconciliazione tra le persone detenute e le persone che stanno fuori, perché permette di riconoscersi nell’altro e il grado di empatia e di immedesimazione che suscita è, secondo me, alto». Giacinto Siciliano, direttore del carcere di Opera, commenta: «È il più gran bel libro sul carcere, c’è vita: lo adotterò come manuale. Non è un piangersi addosso, c’è un messaggio di energia e di forza». «Se apri gli occhi – scrive Giuseppe Carnovale  nella poesia L’evento – vedi da dove arriva l’ombra di ogni luce; si allunga la vista all’orizzonte che accende il bagliore delle stelle».

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