«Alcune zone sono vive proprio grazie a loro», sottolinea lo studioso Daniele Cologna che anticipa i temi del convegno di sabato 2 febbraio

di Cristina CONTI

Cologna

 

Una comunità aperta e attenta alle esigenze locali. Questi i nuovi tratti degli immigrati cinesi a Milano. E proprio per approfondire questa tematica è stato organizzato il convegno «La lanterna e il dragone. Volti del mutamento cinese», promosso da Caritas ambrosiana, Centro documentazione mondialità, Pastorale Migranti e Pastorale missionaria. Avrà luogo sabato 2 febbraio, dalle ore 9.30 alle 17, all’Auditorium San Fedele (via Hoepli, 3/b – Milano).

Ma quali sono le caratteristiche della migrazione cinese oggi a Milano? L’abbiamo chiesto a Daniele Cologna, dell’Università degli Studi Insubria e dell’Agenzia di ricerca sociale «Codici», uno dei relatori al convegno. 

Da dove nasce questo convegno?

«Il convegno è stato pensato per riflettere su come la Cina oggi entra in relazione con l’Italia. I cinesi che vivono a Milano sono circa 20 mila residenti stabili e 2-3 mila non residenti: un ottimo campione del resto d’Italia. Il capoluogo lombardo è dunque allo stesso tempo un osservatorio privilegiato e un laboratorio di trasformazione»

Quali le novità che emergono a Milano?

«Innanzitutto l’inserimento economico cinese è mutato rispetto agli anni ’90. Se prima, infatti, il lavoro era prevalentemente manifatturiero (abbigliamento, borse di pelle e di tela) e legato alla ristorazione (si trattava dunque di persone che lavoravano in situazioni di chiusura, come laboratori e cucine) oggi, invece, è molto diffuso il commercio su strada, c’è un fortissimo contatto con il pubblico e lo stesso pubblico è diventato generalista, non solo una clientela cinese o un target etnico particolare, insomma, ma interculturale».

Quali i fattori che hanno reso possibile questa trasformazione?

«Sicuramente hanno contribuito la crisi e la chiusura di piccole attività di prossimità. Una volta c’erano negozi di cinesi che offrivano ristorazione o servizi ad altri immigrati, oggi invece ci sono servizi (dai parrucchieri alle attività di sartoria, passando dai negozi di cellulari e computer) che rispondono alle esigenze delle comunità di prossimità. Anche se le loro prestazioni non sono di altissimo profilo, alcune zone oggi sono vive proprio grazie ai cinesi. Hanno avuto un ruolo sociale molto importante quindi soprattutto nei quartieri a basso reddito».

Quali altri elementi sono alla base dell’apertura dei cinesi verso la società italiana?

«Sicuramente un ruolo determinante l’ha avuto anche la presenza di famiglie con figli e figlie, adolescenti o adulti, nati e cresciuti in Italia. È un importante cambiamento in ambito socio demografico, perché si tratta di persone che conoscono molto bene contemporaneamente due culture e due lingue molto diverse tra loro. A Milano poi c’è un’altissima presenza di minorenni: più di un quarto della popolazione residente. È una grandissima opportunità per rafforzare i legami tra Cina e Italia, come è accaduto a Stati Uniti e Canada che negli anni ’80 hanno potuto creare rapporti economici solidi con l’estremo Oriente proprio per questo motivo».

Qual è oggi la vera sfida per Milano e l’Italia?

«La grande sfida è quella di riconoscere l’importanza che queste persone rappresentano e capire che la forte presenza di cinesi non è un fenomeno inquietante, ma il modo che la metropoli ha per rispondere alle proprie esigenze».

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