«La sfida lanciata dalla loro presenza evidenzia la necessità di mirare a una integrazione attraverso la cifra della relazione», afferma il direttore della Fom don Samuele Marelli, che invita gli operatori a valorizzare le diverse culture e ricercare ciò che unisce piuttosto che ciò che divide

di Francesca LOZITO

Don Samuele Marelli

Raccogliere la sfida della presenza degli stranieri in oratorio. Per cogliere l’occasione di mettere al centro della pastorale il dialogo. Questo è per don Samuele Marelli, direttore della Fondazione oratori milanesi (Fom) il cuore di un cambiamento che i ragazzi vivono già oggi.

La presenza migratoria porta gli oratori a ripensarsi già oggi: come?
Anche negli oratori siamo sempre più a confronto con una alterità incarnata da persone concrete, inserite in una vasta gamma di relazioni dai risvolti complessi e con importanti implicazioni educative. La presenza dei minori stranieri solleva infatti una serie di interrogativi rispetto ai modi della partecipazione dei ragazzi di origine immigrata alla vita dell’oratorio: al rapporto dei ragazzi e delle loro famiglie con le proposte pastorali che vengono loro indirizzate. Alle possibili attenzioni, innovazioni che la pastorale giovanile potrebbe assumere anche in riferimento alla loro presenza.

Quale dunque lo stile con cui l’oratorio deve accogliere la presenza straniera?
La sfida lanciata dalla presenza dei minori di origine straniera evidenzia la necessità di mirare ad una integrazione attraverso la cifra della relazione. La relazione che sappia gettare le proprie basi anche dentro le fatiche e i limiti posti dalla diversità della lingua, della cultura di provenienza e degli atteggiamenti, della presenza più o meno discontinua, nella possibile ed eventuale diffidenza nell’accogliere le iniziative.

Ci sono luoghi della diocesi in cui la presenza straniera è più marcata: in alcuni quartieri di Milano, ma anche in altre città più piccole dove forte è comunque la presenza, magari da specifici Paesi o etnie. E qui chiaramente più che altrove l’oratorio è chiamato ad essere prossimo agli immigrati. Come?
Con l’apertura, per esempio, degli spazi a una frequentazione informale, insieme ad alcune proposte specifiche (soprattutto di ambito sportivo ed educativo) che sono utili premesse per una reale integrazione e offrono risposte concrete ad alcuni bisogni emergenti: aggregazione e socializzazione, stabilità e sostegno in fase di crescita, supporto scolastico e di apprendimento della lingua. Un aspetto centrale in questo senso è la continuità offerta dalla presenza di alcune figure educative, impegnate in maniera trasversale tra la proposta dell’oratorio, ad esempio come animatori dell’oratorio estivo e il servizio in alcuni progetti specifici, come il doposcuola.

Tutto questo rappresenta una opportunità?
Certamente. È possibile riscontrare in questa nuova sfida una opportunità di crescita e non solo rischi: uno stimolo al cambiamento e non solo un carico gravoso; una palestra nella quale esercitare una reale capacità di accoglienza. Come abbiamo affermato nel progetto di pastorale giovanile della Diocesi, i minori di origine straniera possono trovare nell’oratorio un luogo prezioso per la loro crescita, per la loro formazione umana e per la coltivazione della loro fede.

Anche gli operatori per questo vanno accompagnati in specifici percorsi di formazione?
Sì. Penso che alcune direttrici proprie di una formazione indirizzata a educatori chiamati a operare in contesti professionali sono applicabili anche al contesto dell’oratorio e alle figure educative che operano a titolo volontario. Occorre valorizzare gli ambiti della formazione e della progettazione con l’obiettivo di imparare ad abitare la complessità, a leggere in profondità contesti e situazioni. Un allenamento al pluralismo culturale, attraverso l’ascolto e la narrazione, imparando a valorizzare le diverse culture, contribuirà a esercitare la capacità di ricercare ciò che unisce piuttosto che ciò che divide, ad accrescere la conoscenza anche grazie all’intreccio di storie e memorie.

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