La cultura della morte è in affanno. Occorre che chi governa faccia la sua parte

di Marco DOLDI

Famiglia

Sono ormai tanti anni che la Chiesa italiana dedica una giornata al tema della vita umana fragile e indifesa. Lo fa senza facili moralismi e con ragion veduta: invita a promuovere e difendere la vita umana, tenendo conto via via delle reali difficoltà, ma anche indicando le possibili soluzioni.

In questo senso la Chiesa non si è mai rassegnata all’idea che l’aborto sia una soluzione comprensibile e accettabile, una possibilità senza conseguenze negative per la vita sociale. Già su questo piano c’è da registrare una continua novità e originalità di pensiero, rispetto a coloro che da decenni propongono le stesse tesi a favore della soppressione della vita nel grembo della madre. Sotto questo aspetto la cultura di morte – come la definiva il beato Giovanni Paolo II – è chiusa e avviluppata in sé stessa, mentre la riflessione a favore della vita offre insieme ragioni di sempre e speranze possibili.

Il motivo di questo successo sta nel fatto che la cultura della vita dà voce a quanto di più naturale è inscritto nel cuore di ciascuno: ad esempio, il valore e il rispetto per ogni vita umana, il desiderio di generare. Lo ricorda bene il Messaggio dei vescovi italiani per la Giornata nazionale per la Vita (3 febbraio 2013). Essi scrivono: «La disponibilità a generare, ancora ben presente nella nostra cultura e nei giovani, è tutt’uno con la possibilità di crescita e di sviluppo; non si esce da questa fase critica generando meno figli o peggio ancora soffocando la vita con l’aborto, bensì facendo forza sulla verità della persona umana, sulla logica della gratuità e sul dono grande e unico del trasmettere la vita, proprio in una situazione di crisi». C’è una disponibilità a generare che nasce direttamente dal cuore dei giovani, perché inscritto nella verità della persona. Chiudersi alla vita in tutte le forme possibili è contro la natura umana ed è una forma di egoismo.

Giova ricordare che da tempo la teologia cristiana invita a superare il concetto filosofico di individuo con quello trinitario di persona. L’uomo non è un essere, seppure razionale, ma chiuso in se stesso, bensì esiste in quanto è in relazione costitutiva con Dio e con gli altri. Poco importa se questa relazione non sempre è evidente, a motivo della fase precoce in cui si trova o della malattia che ne limita l’esercizio. Nelle condizioni ordinarie ciascuno realizza se stesso nell’apertura all’altro, secondo un dinamismo di dare e ricevere; in questo senso nessuno è tanto povero da non poter dare nulla e nessuno è tanto ricco da non dover ricevere nulla! Ora, «la logica del dono – scrivono i vescovi italiani – è la strada sulla quale si innesta il desiderio di generare la vita, l’anelito a fare famiglia in una prospettiva feconda, capace di andare all’origine – in contrasto con tendenze fuorvianti e demagogiche – della verità dell’esistere, dell’amare e del generare».

La logica del dono riflette la verità sull’uomo, “il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso”(Gaudium et spes, 44) e non può “ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”. Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza ponendo in lui la verità della relazione che si completa nel dono, cosicché non è trattenendosi che l’uomo si realizza, ma donandosi con fiducia. Questo significato perenne, riconosciuto dalla ragione e rafforzato dalla fede cristiana, non potrà mai essere disconosciuto o messo da parte, pena la distruzione della stessa verità sulla persona umana. Le parole della Chiesa trovano, pertanto, una naturale accoglienza nella profondità del cuore della persona.

E proprio la verità sulla persona, che coincide con la logica del dono, è l’ambito dove porre i fondamenti per un rinnovato impegno a favore della vita. Questi anni sono caratterizzati da una forte crisi economica, che genera la grave difficoltà nel fare famiglia. «Sono diffuse – si legge nel Messaggio – condizioni di precarietà che influenzano la visione della vita e i rapporti interpersonali suscitano inquietudine e portano a rimandare le scelte definitive e, quindi, la trasmissione della vita all’interno della coppia coniugale e della famiglia».

Come uscirne? Intanto, occorre che chi governa faccia la sua parte: «Non è né giusto, né sufficiente – notano i vescovi – richiedere ulteriori sacrifici alle famiglie che, al contrario, necessitano di politiche di sostegno, anche nella direzione di un deciso alleggerimento fiscale». Poi, anche i mezzi di comunicazione devono sentire la responsabilità di diffondere modelli di consumo responsabili e non far apparire il miraggio di un benessere irraggiungibile per i più e, quindi, ingiusto. Soprattutto, occorre accrescere le relazioni, fare rete sino al punto che – ha detto il Papa a Family 2012 a Milano – una famiglia si prenda cura di un’altra famiglia. Utopia? No, se si pensa che questo corrisponde alla logica della persona, una logica capace di suggerisce sempre forme nuove di cura e di sostegno.

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