di Felice Asnaghi

In pochi anni, dopo l’evento diossina (10 luglio 1976), a Seveso si insediarono diverse realtà religiose di grande impatto sociale: la casa famiglia "Maddalena Grassi" per la cura dei malati di Aids in zona Meredo, le Suore Ausiliarie dell’Arcivescovo, una casa di accoglienza a Villa Dho, viene ristrutturato e riaperto l’antico Seminario Arcivescovile di San Pietro ed infine Casa Betania di Fratel Ettore. Si potrebbe dire che quando la sfida si fa dura, le forze in campo aumentano per far risaltare il bene.

Chi meglio del sindaco Francesco Rocca, che durante il suo mandato decennale (1970-1980) ha vissuto ed affrontato il dramma della Diossina, poteva raccontare l’avventura umana del camilliano innamorato della Madonna?

Così Rocca, seguendo l’invito di suor Teresa Martino, prese carta e penna e cominciò a “buttar giù” i suoi ricordi. Nella nota iniziale l’autore precisa che la sua fatica letteraria non ha la pretesa di dire tutto, ma quella di raccontare la sua esperienza al fianco di un uomo che in molti oggi considerano già santo. Si tratta infatti di un mosaico costituito da frammenti di vita: una cronaca di fatti e di testimonianze.

 

Parlare o scrivere di un santo non è facile, si rischia di ripetere agiografie già note o, peggio, di cadere in banalità. Tante sono le sfaccettature della sua vita, o meglio della sua anima, anche quando si è avuta l’avventura di conoscerlo e vivere insieme qualche episodio del suo esistere tra noi. Il riflesso della coscienza, nota solo a Dio, si può intravedere solamente dall’esterno, per quell’eco che si comprende di una persona dalle sue azioni. In quelle di Fratel Ettore commuoveva la pietasche in esse vi metteva. Per noi, e per me, è stato il prediletto di Maria.

Sì, la Madonna gli ha voluto bene. Perché egli ha amato suo Figlio, Gesù, senza misura, concretamente, negli uomini e nelle donne malamente conciati dalla vita, anche malandati e ridotti a rottami umani, derelitti con sporcizia nel corpo e nell’anima. In essi ha visto l’angoscia di Gesù nell’orto del Getsemani, tramutata in gocce di sangue sulla pelle.

Non è una sua biografia questa, tanti sono i siti Internet e alcuni libri che parlano di Fratel Ettore. Piuttosto, quelli raccolti in questa sede sono i frammenti della storia di un santo che ha vissuto in un secolo furibondo, episodi magari trascorsi insieme, qualche frase ascoltata a suo tempo senza darle peso e rimasta impigliata nella memoria. Dai pochi segmenti di vita, ai quali abbiamo avuto la grazia di partecipare, emerge una personalità forte, indomita, amante di Maria e di suo Figlio nello spirito di san Camillo, come soleva spesso dire.

In un mondo che sempre più si allontana dal cielo e sembra inoltrarsi in corruschi orizzonti verso il naufragio, sentiamo la necessità di queste personalità, di questi santi.

 

E il tutto comincia con un pacco di cambiali da firmare!

Con naturalezza Fratel Ettore si reca da Rocca chiedendogli di firmare un enorme fascio di cambiali che gli servono per rilevare la casa di via Isonzo in Seveso dove vuole ospitare i suoi “barboni”. 

 

Suonò il campanello di casa mia ed entrò baldanzoso e felice. Seduti sotto il portico, raccontò che la maggiore delle sorelle Pontiggia, in visita al Rifugio di via Sammartini (n.d.r. Stazione Centrale di Milano), aveva offerto la vendita della casa di Seveso. “Pensa quale occasione – disse – avere una casa per i poveri qui da voi”…Tirò fuori dalla tasca un rotolo di cambiali e le distese sul tavolino. “La banca mi ha emesse queste – disse – ma prima di darmi i soldi vuole che siano garantite da qualcuno che ha proprietà. Allora io ho pensato a te. Hai la casa, sei sindaco, chi più di te può dare garanzia…. Firma le cambiali, la Provvidenza ci aiuterà, vedrai …

Non aver timore. La Madonna ci è vicina. Anzi è qui! …Andiamo a pregare le Madonne di Malalonga che sono all’ingresso della tua casa e vedrai che saranno tutte pagate tra un mese.

 

Nonostante il costante pensiero alla famiglia, al mutuo della sua casa e all’enorme impegno che si sta accollando, Rocca firma le cambiali, succube delle parole del sacerdote; venti giorni dopo, non si sa come, il camilliano viene in possesso dei soldi necessari per l’acquisto.

 

Da questo incipit che ha dell’incredibile, Rocca continua tessendo una lunga trama di avvenimenti che ripropone con semplicità capitolo dopo capitolo.

Così nel 1980 Francesco Rocca, Pino Cassina (poi sindaco di Seveso), Ambrogio Bertoglio (poi direttore generale di alcuni ospedali), Alfredo Di Meglio, tutti fondatori dell’Associazione Missionari del Cuore Immacolato di Maria, vengono invitati ad un colloquio con il padre provinciale dell’ordine di San Camillo con l’intento di approfondire la conoscenza dell’opera intrapresa a Casa Betania in Seveso e soprattutto assicurarsi da che parte arrivassero i fondi per mantenere l’opera.

Va pur sottolineato che i parroci del decanato di Seveso non hanno mai fatto mancare il loro aiuto sia spirituale sia materiale.

Al gruppo si aggiungeranno anche l’avvocato di gran fiducia Goffredo Grassani e Carla Rocca, segretaria dell’associazione per ventiquattro anni la cui toccante testimonianza è pubblicata in appendice.

Disarmante è il ricordo di don Elia Acerbis che nei primi anni ottanta passava diverse ore in confessionale nel Duomo di Milano: vide Fratel Ettore a capo di un corteo di barboni, alcuni in carrozzina, lavati e vestiti come si deve, entrare in cattedrale per pregare e confessarsi. Un esempio che trova il conforto e l’aiuto ed il riconoscimento sia del cardinal Martini che del cardinal Tettamanzi. Come non collegare Fratel Ettore (e la sua opera) alle Beatitudini evangeliche ed in particolare quel"Beati i poveri di spirito perché vedranno Dio"?  É mia convinzione che la presenza dei puri di cuore ci aiuta a mantenere desta in noi la nostalgia di un mondo pulito, vero, sincero, senza ipocrisia, né religiosa, né laica; un mondo in cui le azioni corrispondono alle parole, le parole ai pensieri e i pensieri dell’uomo a quelli di Dio. Sappiamo che questo sogno non avverrà se non nella Gerusalemme celeste, ma nel frattempo dobbiamo almeno tendere ad essa.

È commovente, nel libro, l’episodio della visita di Fratel Ettore al vescovo di Como, mons. Alessandro Maggiolini, allo scopo di pregarlo di far in modo che Giovanni Paolo II, in visita a Como, potesse benedire almeno dall’elicottero, nel tragitto verso la Malpensa, la Casa Betania di Seveso, primo di numerosi centri analoghi in Italia e in America Latina.

Nel libro abbondano gli accenni alle critiche che un personaggio così anticonformista inevitabilmente suscitava nei confronti dei cultori del pensiero dominante, in quei tempi impegnati a favore dell’aborto; dalle colonne di Panorama o del Corriere della Sera partivano vere e proprie bordate che in molti casi celavano la verità dei fatti. Non a caso in appendice del libro sono riproposti gli articoli di giornale più significativi e, come nel caso della scuola De Amicis, anche un contro articolo che ristabiliva il reale svolgersi degli eventi.

L’azione caritativa di Fratel Ettore fu comunque riconosciuta anche dalle istituzioni: egli venne insignito dell’Ambrogino d’oro, massimo riconoscimento del Comune di Milano ai cittadini benemeriti, e ricevette il Premio Isimbardi della Provincia di Milano. In quest’ultima occasione, Rocca racconta il singolare incontro di Fratel Ettore con l’anziana attrice Paola Borboni, ammirata e commossa, così come la scrittrice Annamaria Ortese, la quale fu colpita dalla sua fama di santità;  oppure l’incontro tra il presidente della Provincia di Milano giacomo Properzj, un laico dal cuore grande, con i malati di Aids ospitati nella struttura di Affori.

La sua opera fu amata soprattutto dalla gente comune che aveva imparato ad accettare la singolarità dei metodi di promozione del Vangelo.
Toccante in questo senso è la narrazione dell’incontro avvenuto il 26 febbraio 1985 con suor Teresa Martino, che sarebbe diventata la continuatrice delle sue opere.

Lei è un’aspirante attrice teatrale che “non si sente amata da nessuno” quando fa conoscenza con quell’uomo “con i capelli bianchi e i vestiti sporchi di calce, che scende da un pulmino sgangherato e tappezzato di immagini sacre”. “In quel momento ho capito – ricorda suor Teresa – cosa provarono i discepoli quando incontrarono Gesù”. E non c’è immagine migliore per spiegare il carisma di Fratel Ettore che attraverso il megafono proclamava:

Non siamo qui per cercare l’elemosina. Siamo qui per far vedere che cosa è la povertà. Questi qui sono uomini e donne raccattati dalla povertà. Quello che date, è per loro che non hanno potuto averlo.

I problemi che nascevano vivendo quotidianamente con “gli ultimi” erano tanti e, in certi casi, interveniva anche la Questura. La presenza di extracomunitari non regolari stava minando l’opera stessa e, per evitare dissidi interni ed esterni, la case di accoglienza decise di obbedire all’invito dell’autorità non ospitando più le persone non in possesso di regolare permesso.

Il libro lascia spazio a diverse interviste rilasciate da Fratel Ettore e testimonianze di chi lo ha conosciuto. Emerge un grande amore verso la Chiesa, l’amicizia con il movimento di Comunione e Liberazione, ma soprattutto la granitica certezza che la Provvidenza divina ci accompagna in ogni momento della vita, facendoci superare qualsiasi avversità.

 

 
 

 

 

 

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