Ne “La vita buona” il cardinale Scola sottolinea la centralità del nucleo familiare: «Un Paese come il nostro non può reggere senza un’innovazione basata su educazione, conoscenza, cultura. Questi sono dati oggettivi che rendono politicamente intelligente intraprendere azioni a sostegno della famiglia. Penso all’equità fiscale e a una migliore conciliazione tra famiglia e lavoro».

Pubblichiamo un brano del libro di Angelo Scola e Aldo Cazzullo La vita buona. Il Cardinale risponde alle domande del giornalista del Corriere della sera.

La famiglia sembra essere anche in Italia vittima della secolarizzazione…
La secolarizzazione non è la stessa in tutti i Paesi. In Italia non è come in Spagna o in Germania. La famiglia è uno dei fattori che ci fa capire bene questa differenza. Lo dimostra il Censis: l’indice di divorzio in Italia è tra i più bassi d’Europa; le convivenze quasi sempre sfociano nel matrimonio; quando indica le aspettative primarie della vita, la donna mette ancora al centro il matrimonio e la maternità. Più della metà delle famiglie ospita in casa un anziano, e il 90 per cento si trova a mangiare insieme almeno una volta la settimana. La cura che i nonni hanno dei nipoti supplisce a un welfare che è ancora assai discutibile. Certe cose – la sofferenza, la morte – si imparano più dai nonni che dai genitori. E l’elemento del dono, della gratuità, è in crescita non solo come passaggio dai genitori ai figli, ma anche dai figli ai genitori.

I dati che lei cita sono spesso letti come segno di arretratezza, a cominciare dai giovani che restano fino all’età adulta a casa di papà…
Credo che dobbiamo superare un concetto equivoco di progresso, per cui tutto l’inedito – e in questo clima di fluidità spesso l’inedito è il capriccioso, il non verificato – è progresso, e tutto ciò che rinnova la tradizione è conservazione. L’Italia per fortuna ha un popolo ancora sano, che si ribella a questo dualismo manicheo. Il vero progresso è innestare il nuovo sull’antico; e la famiglia è un fattore di progresso, ed è anche un attore economico molto importante, pur se spesso dimenticato. In famiglia si decidono i consumi e si offrono i fattori produttivi dal reddito al risparmio; soprattutto, la famiglia ha un grande valore economico nella formazione del capitale umano e del capitale sociale. Lo riconosce persino la Banca mondiale, che pure è ossessionata dal family planning, dai programmi contraccettivi. In futuro questo ruolo sarà ancora più importante, perché un Paese come il nostro non può reggere senza un’innovazione basata su educazione, conoscenza, cultura. Questi sono dati oggettivi che, a mio parere, rendono politicamente intelligente intraprendere azioni a sostegno della famiglia. Penso all’equità fiscale e a una migliore conciliazione tra famiglia e lavoro.

La sua impressione è che in Italia la politica, al di là delle enunciazioni di principio, trascuri la famiglia?
Sì, la politica non ha ancora fatto questo passo e in Italia è arretrata rispetto ad altri Paesi. Il che è paradossale, perché la forza della famiglia come luogo di generazione anche del capitale umano e sociale è molto più rilevante da noi che altrove. Un progetto globale di sviluppo del Paese dovrebbe mettere in primo piano un sistema di politiche familiari avveduto. E non ridurlo a una dimensione para-assistenziale, ma valorizzare la soggettività affettiva, economica, politica ed etica della famiglia.

In che senso “etica”?
Mi ha molto colpito che uno studioso come Lévi-Strauss abbia affermato con chiarezza che c’è un universale sociale e culturale che è il proprium della famiglia in ogni civiltà. Molti storcono il naso, ma parlare della famiglia come società naturale non è affatto sbagliato; anche se all’aggettivo “naturale” va data tutta la sua dimensione dinamica, non statica, non rigida; sempre la natura interagisce con la cultura e viceversa.

Di solito si parla piuttosto di «familismo amorale»…
Non nego elementi di male e di violenza all’interno della famiglia. Essendo il luogo in cui uno è spudoratamente se stesso, è il luogo in cui viene fuori anche tutto il male. Però senza questo luogo originario, senza questa prima comunità vedo molto difficile un’assunzione compiuta di senso della nascita e dell’armonica crescita della personalità. Penso al bellissimo testo di Friedrich Hölderlin: “Il più lo può la nascita e il raggio di luce che al neonato viene incontro…”. Come il mio papà e la mia mamma hanno parlato di me, mi hanno aspettato o non mi hanno aspettato, ha inciso sulla mia personalità prima ancora che io nascessi.

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