Nel trentennale di vita la Fondazione creata da don Antonio Mazzi accoglie l’Arcivescovo: «Aiutiamo i tossicodipendenti del Parco Lambro con il metodo dell'oratorio»

di Generoso SIMEONE

Don Antonio Mazzi

Lui ha da poco compiuto 85 anni e in questi giorni è alle prese con un altro compleanno, il 30° anniversario della nascita di Exodus, che anche il cardinale Angelo Scola verrà a festeggiare giovedì 11 dicembre, alle 17, alla Cascina Molino Torrette. Ci sono l’entusiasmo e la grinta di sempre, nelle parole di don Antonio Mazzi, quando parla della creatura da lui fondata nel 1984 per «aiutare i tossicodipendenti del Parco Lambro con il metodo dell’oratorio», come ricorda oggi il prete dei Poveri Servi della Divina Provvidenza.

Don Antonio, che cos’è il metodo dell’oratorio?
Non volevo fare una comunità di recupero. Sono sempre stato convinto che chi assume droga non sia un malato, ma una persona che soffre di un disagio interiore. Il metodo dell’oratorio è prendersi cura di chi soffre con l’amicizia, la musica, lo sport, il teatro, l’avventura e il lavoro. Per questo ho voluto educatori, e non medici o terapeuti. Questa è sempre stata ed è tuttora la nostra caratteristica.

E funziona?
In trent’anni abbiamo incontrato 50-60 mila persone nelle 40 strutture che via via abbiamo fondato in Italia e all’estero. Non puoi salvare tutti. Chi fa una scelta come la nostra deve rimanere umile e sapere che fa quello che può. Anche perché noi ci siamo sempre occupati dei casi più disperati, gente che aveva già girato quattro-cinque comunità prima di arrivare a Exodus. Noi ci proviamo sempre, ma rispettiamo la libertà di ognuno.

Come è iniziata?
Tutto ha avuto origine dal Parco Lambro. Era il mercato internazionale della droga e della disperazione. Una tragedia. Io ero direttore del Centro don Giovanni Calabria, il sacerdote che ha fondato la congregazione di cui faccio parte, dove avevamo decine di ragazzi, dalle elementari alle serali. Anche loro vedevano cosa succedeva dentro al parco. «Cosa faccio?», mi sono chiesto: «Scappo o affronto il problema?». Sono stato incosciente, ho affrontato il problema.

Incosciente?
Non sapevo niente di droga, né di tossicodipendenti. Andavo nel parco, aiutavo, assistevo, davo da mangiare. Intorno a me gente che urlava, qualcuno moriva, altri ti puntavano il coltello alla gola. Il 25 marzo 1984, con alcuni educatori, siamo partiti su quattro camper e abbiamo girato l’Italia per nove mesi, fino al 25 dicembre. Poi abbiamo preso una cascina al Parco Lambro, l’abbiamo ristrutturata e da lì è nata Exodus. Oltre ai drogati abbiamo aperto le porte a ex detenuti ed ex terroristi. Siamo stati tra i primi a farlo.

Trent’anni dopo che succede sul fronte delle dipendenze?
La droga c’è sempre, da quella classica alle anfetamine. Ma a essa si sono aggiunte due autentiche piaghe bibliche, come le chiamo io: l’alcol e il gioco. I ragazzi iniziano a bere da adolescenti e le dipendenze dall’azzardo e dalle macchinette sono esplose.

Perché?
Viviamo in una società sempre più disorientata e le prime ferite e i primi dolori si ripercuotono sulle famiglie. A rimetterci sono i più giovani, ma il problema non sono loro. Il problema sono gli adulti disorientati. I ragazzi hanno bisogno di ascolto e attenzioni e i grandi non ci sono. Io continuo a ripetere da tempo che sono spariti i padri. Che hanno pensato a portare a casa i soldi e si sono dimenticati dell’amore. I padri devono tornare a fare i padri. Anche Gesù è venuto per dirci che abbiamo un padre.

Giovedì accoglierete l’Arcivescovo. Che cosa gli direte?
Sarà un incontro familiare e molto semplice. Gli parleremo della nostra comunità e delle nostre attività. Daremo spazio ai ragazzi che racconteranno le loro esperienze. Poi chiuderemo con una piccola preghiera in cappella.

E con la vicenda dell’alluvione come va?
Tante persone ci hanno aiutato, ma una città come la nostra non può non risolvere il problema delle esondazioni del Lambro. La Milano di una volta aveva più valori e obiettivi, adesso anche lei è disorientata.

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