A tanti ammontano gli stranieri che nel 2020 avrebbero i requisiti per chiedere la cittadinanza, secondo i dati rilevati dall’Osservatorio regionale sull’immigrazione

di Claudio URBANO

Quattro stranieri su 10 sono in Lombardia da più di dieci anni. Anche senza cambiare la legge sulla cittadinanza, nel 2020 saranno circa in 150 mila a poter chiedere di diventare a tutti gli effetti cittadini italiani, mentre altri 200 mila lo potranno fare entro il 2030. In totale, 350 mila potenziali nuovi cittadini nei prossimi 15 anni. I numeri esposti da Giancarlo Blangiardo, referente dell’Osservatorio regionale sull’immigrazione, spiegano come la realtà dell’immigrazione sia ormai radicata e con numeri quanto mai stabili sul nostri territorio.

Finita l’impennata di arrivi di inizio millennio e scontato ormai il calo di presenze dopo il 2010, quando un certo numero di immigrati ha lasciato la regione, in difficoltà per la crisi economica, nel 2013 le presenze straniere sono tornate a crescere (+4%), arrivando a un totale di 1 milione e 279 mila. Contemporaneamente calano anche gli “irregolari”, stimati dall’Osservatorio in 87 mila (il 7% del totale), 10 mila in meno rispetto al 2012. Sembra quindi sostanzialmente esaurirsi l’altalena di arrivi e sanatorie che ha caratterizzato l’ultimo decennio.

Se questi sono i numeri generali, la situazione degli immigrati nella nostra regione mantiene luci e ombre, denunciando una difficoltà economica crescente a fronte di un processo di integrazione che, comunque, faticosamente continua. A inizio millennio, più del 50% degli uomini era in Italia da solo, così come il 28% delle donne, mentre ora ben otto stranieri su dieci hanno formato o si sono ricongiunti con la loro famiglia, e i figli di immigrati nati in Italia sono ormai l’80% di quelli che frequentano le scuole italiane. Anche sugli stranieri pesa però la crisi economica, tanto che il reddito medio mensile di ogni nucleo familiare è sceso di 200 euro negli ultimi due anni, attestandosi a una media di 1300, e le rimesse verso i Paesi d’origine si sono ormai dimezzate rispetto al 2006. Del resto sono ormai il 15% gli stranieri regolari senza un lavoro, con una situazione sostanzialmente stagnante rispetto a un anno fa.

Luci e ombre anche nella sanità: da una parte gli immigrati acquistano sempre più consapevolezza delle diverse possibilità di accesso ai servizi, sfruttando per esempio il day hospital molto di più rispetto a qualche anno fa; ma resta sempre drammaticamente alto il numero di aborti, fermo al 64,5% tra le donne straniere irregolari, più del doppio rispetto alle immigrate regolari. In questo caso incide moltissimo anche la condizione professionale, tanto che, tra le donne a reddito più basso, la frequenza di aborti è, a seconda delle nazionalità, dai 5 agli oltre 30 punti superiore rispetto a chi può godere di una posizione professionale più sicura ed elevata.

Molti aspetti dell’integrazione continuano dunque a realizzarsi con fatica. Su questo punto il professor Antonio Tosi, sociologo del Politecnico di Milano e tra i curatori del rapporto, si chiede se le istituzioni e la società in tutte le sue parti non debbano rivedere alcune strategie: «Prima o poi gli stranieri si integrano comunque, ma a che prezzo? La rete di servizi e sportelli per la casa o il lavoro è stata pensata in una situazione di normalità e comunque di crescita economica, mentre ora il quadro è sostanzialmente mutato».

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