Edito Aiuto alla Chiesa che Soffre, 1969, ristampa del 2003.

Felice Asnaghi

«Sono sacerdote, religioso. Raramente nella mia ab­bazia. Poiché da anni vado peregrinando per il mondo, attraverso le contrade dove Iddio piange o alla ricerca di persone che vogliono aiutarmi ad asciu­gare le Sue lacrime. È questa una strana vocazione. Ed anche i suoi antefatti sono insoliti e farraginosi. Ma quando volgo uno sguardo al passato, vedo nella mia vita una linea diritta che,attraverso tutto, va da Dio a Dio».

 

Con queste stringate parole padre Werrenfriend ci introduce alla lettura del suo libro manifesto “Dove Dio piange” scritto nel 1969 ma ancora punto di partenza del suo movimento – oggi fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre” –  il cui scopo è aiutare la Chiesa Cattolica dovunque soffra per mancanza di mezzi sotto le persecuzioni di ogni genere ed in ogni luogo. Padre Werrenfriend, morto nel 2003, fu per questo definito il mendicante di Dio ed era pure noto con l’appellativo di "Padre Lardo" perché il suo primo impegno caritativo nel lontano 1947 fu quello di raccogliere quintali di lardo dalle massaie fiamminghe per soccorrere i profughi tedeschi.

Eppure nella drammaticità degli eventi, raccontati nel libro, si scorge uno sguardo positivo della vita, tanto  che lo stesso afferma che “Gli uomini sono molto migliori di quello che noi pensiamo (…) ma anche Dio è molto migliore di quello che noi pensiamo”.

Il titolo stesso del libro riporta al centro la volontà di operare nel mondo affinché il cristiano  non venga a meno alla missione di essere vicino a chi soffre senza “vantare delle proprie virtù ma unicamente della misericordia di Dio”.  In questo contesto si fa strada la figura di un tipo di sacerdote “con il sac­co in spalla” un religioso pellegrino che tocca con mano che dietro le parole esule, profugo e  espulso  si nasconde un uomo schiacciato da un abisso di sofferenze, di violenze e di ingiustizie.

Profughi tedeschi. Quando l’evacuazione di sedici milioni di tedeschi dalle loro patrie secolari(dalla Slesia), decretata a Potsdam dai russi, dai bri­tannici e dagli americani, venne messa in atto nel più inumano dei modi i sacerdoti  erano gli unici capi degli espulsi, che in lunghissimi convogli venivano sospinti verso l’occidente. Fra i sacerdoti sfuggiti alla morte nei territori da evacuare ce ne sono ben pochi che non si sono trovati in pericolo di vita o non sono stati maltrattati.

Testimonianze di sacerdoti che vivono in baracche, soffitte e granai perfino nel guardaroba di un cinema. Vivono con Cristo nello stesso spazio ristretto. Cucinano il loro sobrio pasto, si lavano e dormono in presenza del Santissimo. Il loro altare è al contempo la loro tavola e ripongono il Santissimo Sacramento nel cassetto. Patiscono il fred­do e la fame ma condividono i doni dell’Aiuto alla Chiesa che soffre con altri che sono ancora più poveri di loro.

«Mio figlio è sacerdote ed è tornato gravemente ammalato dalla Russia. Soffre di reni e lavora fra i profughi. Nella sua parrocchia, che comprende diciotto villaggi, non c’è nessuna chiesa cattolica. Celebra la messa in sale da ballo, granai, aule scolastiche…»

«Il nostro amico Johan­nes Jenke, di anni quarantatré, che curava le anime recandosi in bicicletta in venticinque villaggi, è stato colpito da paralisi cardiaca domenica sera, mentre an­dava a celebrare la sua quarta messa ed è morto ab­bandonato in un fossato lungo la strada».

Natale viene mille volte all’anno, e mille volte Gesú chiede d’essere ricevuto dai Suoi. Ma mille volte all’an­no si ripete anche la storia dei rapaci a Betlemme, degli osti indifferenti e dei pasciuti borghesi fra le mura della loro presunzione. E mille volte porte e cuori vengono chiusi. Questa chiusura è la vera indigenza di Cristo. Essa ha la faccia di un profugo dalla Bul­garia che nascosto in un vano fra le pareti di un va­gone letto, a bordo di un treno internazionale, è giunto in Occidente. Erano con lui sua moglie e i loro quattro bambini e una grossa cifra per pagare il controllore che lo aiutava ad evadere. Ha perso tutto divenendo un asociale.

Breslavia, oggi città polacca, allora centro di raccolta dei profughi tedeschi della Slesia. La brutale vita delle famiglie nelle baracche, è segnata di giorno e di notte da furti, prostituzione, promiscuità. Sono gente alla deriva, strappati alle loro terre, senza patria e senza famiglia. La maggior parte delle famiglie è senza il padre, perso in guerra o nei campi di concentramento russi. Qui arrivano i pacchi di Padre Lardo.

India. L’orfanotrofio  è un ammasso di capanne e di baracche raccolte intorno ad una casa de­crepita. Del complesso fa parte anche una scuola dove i bambini, oltre a cucinare ed a cucire, imparano a scrivere almeno il loro nome e la loro data di nascita. Senza questo non potranno mai votare e rimarranno pri­vi di diritti per tutta la loro vita. Nel reparto per giovani mas­saie trovano ospitalità le bambine  “distrutte nel corpo e nell’anima” dalla prostituzione. L’ospedale che le suore hanno costruito accanto al loro orfanotrofio  serve non soltanto per i bambini ma per tutti. Nel corso di quest’ultimo anno, dice Suor Rosemarie: «diciassettemila malati sono stati curati qui gratuitamente. Mancando quasi del tutto il per­sonale, sono gli stessi congiunti ad assistere i familiari malati».

Seul, anno 1962, campo profughi della Corea del Nord. Le loro piccole capanne e i loro ma­leodoranti abitacoli si allineano lungo le strade, contro i fianchi delle montagne, il largo letto del fiume e nel tunnel della ferrovia dove i bambini  vengono decimati dalla tisi. Donne anziane per un po’ di riso vendono fiori artificiali agli americani, mentre le ra­gazze vendono se stesse o vengono vendute.

Hong-Kong, anno 1962. Non c’è spazio per i neonati e tanto meno per i nuovi profughi che a centinaia di migliaia affluiscono a Hong-Kong dalla Cina Rossa. Annie Wong, abita con i suoi genitori in Taiping Shan Street. La casa è incollata alla balza del monte e non è molto più grande di una cassa in cui si im­balla un’automobile. Sul tetto giacciono una scopa, un secchio e tre paia di scarpe per le quali non c’è posto all’interno. La famiglia è cattolica, il padre è un coolie. Ci sono sette bambini, dei quali due maschi, chierichetti. Il più piccolo ha un anno e mezzo e Annie, quindici anni, fa la prostituta.

Padre Polettilo chiamano il portinaio della Cina Rossa. Ha tro­vato il suo compito alle porte del regno di Mao. Su questa fascia angusta di confine e nelle acque costiere di Hong-Kong. Coloro che non possono piú sopportare il terrore rosso tentano qui la sorte. Attraverso questa porta sono già fuggiti tre milioni di persone, ma nessu­no può contare quanti milioni ne siano morte alle soglie della libertà. Ma è qui che inco­mincia il dramma dei sopravvissuti. Appena hanno oltrepassato la fascia della morte e s’illudono di trovarsi al sicuro, vengono arrestati e ricacciati nelle spire della milizia popolare sghignazzante. La polizia britannica dà loro la caccia, li arresta e li condanna a lunghe pene detentive sotto l’accusa di immigra­zione illegale. Non è raro il caso in cui vengono ri­consegnati ufficialmente ai carnefici rossi.

Bombay. Dappertutto, lungo i marciapiedi, contro le case e nei portici giacciono sembianze informi. Non si capisce se dormo­no o se sono già morti. In questa città, che è la più civilizzata dell’India, centinaia di migliaia di bambini dormono e muoiono sui ciottoli. C’è un buco fangoso della superficie di un ettaro, pieno di capanne e vi abitano oltre duemila persone e almeno diecimila ratti. Durante i quattro mesi della stagione delle piogge questa gente può prendere in affitto per venticinque rupie (tremila lire) un pezzo di tela cerata per stenderla sul tetto. Ma una gio­vane mamma non se lo può pagare; così  il monsone le ha portato via già due dei suoi tre bambini. Anche l’ultimo è ammalato, ma non c’è denaro per il medico e le medicine. L’ospedale ha un ambulatorio gratuito, ma la ressa è tale, che lei non riesce mai ad arrivarvi. Non passerà molto tempo che anche il suo ultimo bam­bino sarà morto.

Corea, nelle vicinanze di Saigon vive Perla Preziosa. Ha diciotto anni quando gli viene una macchiolina marrone sopra il gomito de­stro. É il principio della lebbra. Lascia la famiglia e si costruisce una capanna di foglie di palma, ma i vicini la cacciano. Vive con dozzine di altri lebbrosi nell’obitorio. È terribile a vedersi. Non ha piú volto… Invece della bocca e degli occhi, buchi neri. È cieca. Dalla sua gola  devastata esce un suono roco e due moncherini come braccia.

Cheju, un’isola del Mar Giallo a sud-ovest della Corea. Quando padre Mc Glincey vi sbarcò nel 1955, vi trovò soltanto fame, povertà e distru­zione, anche se il suolo era fertile e il clima favorevole. Figlio di contadini della verde Irlanda, riesce a racimolare, elemosinando, un po’ di denaro con il quale acquista una scrofa gravida che sistema nella sacrestia che, tanto, era troppo grande. I bambini di Cheju sono entusiasti del nuovo parrocchiano. Prima e dopo il catechismo – dove l’affluenza è considerevolmente aumentata – si affannano per ore a pulire la stalla, a lavare la scrofa e a fissarla amorevolmente. Questa scrofa è il capitale iniziale della “banca dei porci”. Quando i primi maia­lini vengono al mondo sono messi a balia presso i volenterosi che si dichiarano disposti ad allevarli se­condo le direttive del prete dei porci. In tal modo padre Mc Glincey riesce a procurare maiali a centinaia di famiglie, gettando  le basi di un sano allevamento di suini.

Filippine. Gli abitanti di Pampanga, che devono intendersi sia con i guerriglieri che con il governo legale, sono presi tra l’incudine e il martello. É questo il motivo per cui essi sono timorosi e chiusi. La loro vita è dura. Il piantatore di riso Costancio Cruz vive, nella sua capanna su palafitte, senza speranza, sebbene abbia una bufala propria e soltanto quattro figli. Egli deve consegnare la metà del raccolto al latifondista che disgraziatamente è un grande benefattore della Chiesa.  Due anni fa egli poté salvare la sua famiglia vendendo un vitello. Ma la sua magra bufala non partorisce che una volta ogni quattro anni  e se  gli venisse rubata, Constan­cio probabilmente non esporrebbe denuncia alla polizia e morirebbe di stenti e di fame. La fame serve i potenti e ammansisce gli oppressi

Butuansull’isola di Mindanao. La segheria è proprietà di un cinese. Gli operai devono lavorare 14 ore al giorno e spesso anche la domenica. Legalmente hanno diritto a 14 pesos al giorno. Il cinese ne paga quattro (620 lire) e trattiene ancora la quota per i contributi sociali, benché nessuno sia assicurato.

Manila, Balic-Balic, la palude presso il quartiere portuale di Tondo. Essa brulica di mosche, gatti e bambini.  Qui oltre il 70% della popolazione è colpita dalla tubercolosi. Le catapecchie sorgono su palafitte costruite sul fango. Le strade si levano al di sopra del terreno. Sono delle strade volanti, larghe 40 centi­metri, fatte da tavole di legno marcio poste sopra ­l’acqua putrida.

Padre Cornelio Lagerwey,olandese di 44 anni, benché senza titoli accademici, è una delle autorità più competenti nel campo socio-pastorale delle Filippine. Dal 1955 al 1959 ha lavorato come missionario a Lu­zon-Centrale: si rendeva personalmente conto della si­tuazione disastrosa nei barrios (villaggi) e nelle pian­tagioni, si rivelava come un geniale mendicante ed ha costruito una chiesa e numerose cappelle. Nel 1959 co­mincia a mendicare per un seminario che fa sorgere dal nulla con un mezzo milione di pesos. Nel 1961 lancia l’edizione di periodici per il progresso sociale e religioso del popolo. Oggi è un centro di comunicazione con studio per film e radio, con due periodici in inglese e cinque in vari dialetti filippini (tiratura totale 650.000 esem­plari), con un’équipe di redazione, disegnatori di fu­metti, servizi di traduzione, casa editrice e tipografia.

Vietnam. Nguyen-Duc-Khan è sacerdote dal 1944 ed ha cinquant’anni. Nel 1954, quando i comunisti si impadroniscono del Nord­-Vietnam, egli migra verso il sud, alla testa dei suoi parrocchiani, portando con sé i vessilli, la campana del­la chiesa e le statue dei santi.   I Vietcong lo inseguono. Egli levatosi prese di notte le sue millecinquecentotrenta anime e si ritira a Saigon.  Qui si stabilisce e vuole costruire una scuola -dormitorio per ottocentosettantacinque bambini.

Brasilenord-orientale, Natal, una diocesi con seicentocinquantamila cattolici e sessantadue sacerdoti. Nonostante la carenza di sacerdoti, è una delle diocesi più fiorenti del mondo. L’allora vescovo Dom Eugenio de Araujo Sales – ora cardinale di Salvador – aveva fatto interrompere i lavori della nuova catte­drale iniziata dal suo predecessore, perché non voleva una cattedrale di pietra ma una chiesa viva. Con i fondi destinati all’edificio sacro ha comprato una stazione radiotrasmit­tente per l’insegnamento, le cui spese correnti vengono pagate dalla pubblicità commerciale. Le lezioni vengono impartite da una squadra di trentanove persone, in par­te stipendiate, in parte volontari, infiammate da uno spirito apostolico di cui l’ispiratore è il vescovo stesso. Il programma non consiste soltanto nell’insegnare a leggere e scrivere e curare l’istruzione religiosa, ma comprende l’apprendimento di moderni metodi agricoli e tutto ciò che occorre agli analfabeti per liberarsi dalla propria miseria. All’interno del paese sono state installate circa millecinquecento radio scuole. Ciascuna scuola consiste in un apparecchio a transistor, del valore di 12.500 lire, sintonizzato sull’emittente di Natal. Di solito l’apparecchio è sistemato in una capanna che ogni sera è disponibile, gratuitamente, per due ore.

Monsignor Expeditoda cinque anni possiede una jeep ma per quattordici anni ha percorso a cavallo la sua parrocchia in lungo e in largo celebrando, predicando, battezzando e ascol­tando confessioni in cappelle e in remoti poderi. Ha fondato nel suo territorio centocinquataquattro radios­cuole, una scuola media, una maternità e tutta una serie di asili infantili. Ha organizzato non soltanto l’educa­zione religiosa ma anche la lotta contro l’analfabetismo, l’educazione sindacale, gli sport e la sana ricreazione, l’iniziazione alle tecniche agricole moderne, la stampa, la radio e la cura della sanità pubblica. É uno dei fondatori del Movimento di Natal che promuove, spinto dalla forza di propulsione della Chiesa, una riforma sociale che è l’espressione dell’amore cristiano e che ha per scopo la felicità degli uomini tutti.

La parrocchia di Nisia Floresta era fino a poco tem­po fa uno degli angoli più sconsolati del nord-est Bra­siliano. Senza sacerdote, dottore o farmacista, con una sola maestra diplomata e l’80 % di analfabeti. Da quando si è inserita la comunità delle suore hanno fatto di una parrocchia deserta un paradiso. Quell’essere continuamente a disposizione che rende impossibile una vita religiosa tradizionale e il vuoto spi­rituale causato in esse dalla rinuncia all’Eucarestia, ren­dono difficile la loro esistenza. D’altra parte esse odono chiara l’esigente voce del popolo che le chiama ad una vita perfetta e ricevono al contempo una tale sovrabbondanza di consolazioni e di grazie, da considerare questa nuova forma di vita al servizio della Chiesa come una conquista. E sono raggianti di felicità. A differenza di altri cristiani che si sono fatti saputi che, a forza di far calcoli, hanno fatto a pezzi non solo il Vangelo, ma anche la fede semplice e la fiducia nella Provvidenza. Essi non osano sperare nei miracoli promessi a co­loro che ripongono la loro fiducia in Dio e, lungi dal presumere che ci sia qualcosa che non va nella loro fede, preferiscono cercare un’altra spiegazione al Vangelo.

Le Alagados sono le fetide paludi che separano Sal­vador, la splendida capitale di Bahia, dall’oceano azzurro. Sull’acqua nera e oleosa la miseria ha costruito un quar­tiere per centomila profughi che non potevano sop­portare la povertà e lo sfruttamento dell’entroterra bra­siliano. La loro fuga verso la città, che trae il suo no­me dal Salvatore dell’umanità, è finita in ventimila fra­gili abitazioni lacustri piantate nel fango, poiché altrove non c’era terreno fabbricabile per loro. Il cardinale è Dom Eugenio Araujo Sales, già vescovo senza cattedrale a Na­tal, che adesso prosegue la sua opera a Salvador. Con una ramificata catena di radio transistor egli raggiunge ogni cappella della sua distesa diocesi ed insegna ai suoi fedeli gli elementari concetti di cristianesimo e di vivere comune. Egli è coadiuvato oltre che da sacerdoti e religiose anche da diaconi formati appositamente ad una scuola di teologia voluta dallo stesso prelato.

Santiago, la capitale del Cile. Padre José van der Rest quando venne inviato, durante i primi due anni abitava, di propria volontà, in una callampa (agglomerati di catapecchie che in una sola notte scaturiscono dal suolo intorno agli immondezzai) così come i seicentomila che a San­tiago devono subire questa sorte. Pregava e meditava nella sua capanna fatta di assi e d’argilla, sotto le latte di benzina rugginose che costituivano il tetto. Da solo, in mutandine da bagno, si scavò il pozzo che gli ser­viva da gabinetto. Aiutava i poveri a costruirsi un tugurio e si prendeva cura dei giovani abbandonati nelle fangose strade dell’indigenza, alloggiandoli nel “Hogar de Cristo” (Casa di Cristo) del quale è cappellano. Centinaia di bambini ripudiati e abbandonati vi trovano un tetto ed una sana educazione familiare. La sua vocazione speciale è la fabbricazione di ca­sette prefabbricate secondo un procedimento da lui stes­so inventato. Alcuni anni fa, in una delle callampas, divampò un furioso incendio in seguito al quale cinquantamila persone rimasero senza tetto. Un famoso gesuita – da poco deceduto – colse la palla al balzo per costruire una callampa modello. Cercò un terreno con condutture d’acqua e fognature. Perché proprio la mancanza di con­dutture d’acqua e fognature rende  cattive le condizioni sanitarie: il 70% dei bambini muore durante il primo anno di vita. Trova finalmente un magnifico ter­reno di ben venti ettari con acqua e fogne. In verità, secondo i piani del governo, doveva servire alla costru­zione di un centro sportivo con stadio, piscine e terreni di calcio. Ma il padre pensa che si presta meglio per la sua callampa-modello. Nell’assoluto segreto prepara il progetto. Cia­scuno deve portare da sé il proprio materiale edile: assi, latta, paglia e fascine. Da un punto di vista organizzativo si tratta di un primato. Nel corso di una notte cinquantamila persone trovano alloggio sul ter­reno governativo. La mattina dopo tutta Santiago è sottosopra. Il padre viene arrestato e il governo invia truppe per far sgomberare le abitazioni e ruspe per radere al suolo tutte le costruzioni. Si giunge ad una prova di forza fra il cardinale e il governo la cui posta era il diritto dei poveri. Vince il cardinale. Le bicocche rimangono e il padre viene ri­messo in libertà. I suoi protetti lo portano in trionfo attraverso la nuova callampa che si chiama tuttora “La Victoria”.

Congo Belga. Una guerra fratricida fomentata da cinesi e arabi ha fatto tabula rasa di ogni istituzione e costruzione. Una lunga fila di martiri ha bagnato con il loro sangue questa terra d’equatore. Esempi di umanità fanno pensare ad una rinnovata speranza.

Kivu. Le suore di una comunità, muove a compassione dalla sorte dei bambini affamati, ha progettato di mettersi a servizio, nei due giorni liberi che hanno, come raccoglitrici in una piantagione di tè. Con il denaro guadagnato vorrebbero acqui­stare del pesce per distribuirlo agli affamati.  Senza pesce e senza il latte in polvere degli americani qui nessun bambino scamperebbe alla morte per inedia. Le ventidue suore bianche e nere colgono per due giorni. Ma quando viene corrisposta loro la paga, ogni suora non guada­gna neppure quaranta franchi in due giornate di la­voro. Tutte insieme ricevono novecento franchi. Non franchi belgi, ma franchi congolesi svalutati. Qui, lungo la strada che costeggia il lago di Kivu non c’è capanna dove un bambino non muoia per colpa della morte bionda: la Mbwaki . La denutrizione porta alla formazione di un germe che mangia la pigmentazione nera della pelle fino all’avvenuta morte.

Stanley­ville, l’attuale Kisangani che fu il cuore impetuosamente pulsante del Congo, è diventata una città morta. I suoi parchi opulenti soni incolti, i negozi chiusi, le ville in rovina, la popolazione dimezzata. Tutto pare rievocare l’ora drammatica in cui i paraca­dutisti belgi – in gara col tempo – accorsero a sal­vare la vita degli ostaggi. A spron battuto, per questa medesima via e su questo stesso cemento riarso, cor­sero dall’aeroporto alla città. Salvarono duemila persone, ma per molti altri giunsero troppo tardi. Cosí fu per dieci-quindicimila congolesi, che fra agosto e novembre furono macellati come bestie dalla tribù dei Simba. Vicino c’è il campo militare dove le baracche di pietra ronzano di mille e mille profughi e dove anche le vedove e i bambini dei militari caduti hanno trovato un tetto. Questo campo di profughi dista solamente due chi­lometri dai Simba. Si valuta che il numero delle persone ancora trattenute nella foresta che circonda Kisangani ammonti a cinquantamila.

Bukavuè stata per un certo tempo alla ribalta della stampa internazionale. Là c’era l’ultimo quartier generale del maggiore Scheramme e dei suoi rozzi avventurieri. Là vinsero la loro ultima battaglia. Là dovettero finalmente cedere di fronte all’armata congolese, che doveva la sua supremazia all’aiuto degli americani.  Qui è presente l’Istituto della Resurrezione nato nel 1966, costituito da suore locali che conoscono i bisogni del loro popolo e possono insegnare quelle conoscenze empiriche acquisite, durante gli anni di formazione, sulla religione, la catechesi, l’igiene, la cura della casa e l’agricoltura.  Benché decimate dalla furia della guerra civile, le suore hanno ricominciato daccapo il loro lavoro di testimonianza e vicinanza al popolo.

L’ultima parte del libro affronta le difficoltà, le privazioni, della libertà religiosa e politica nell’Europa dell’est sotto l’egida dell’Unione Sovietica. L’autore smaschera i finti slogan della coesistenza pacifica, la mistificazione e il tradimento dei cosiddetti preti per la pace, il falso raffronto -scontro tra Giovanni XXIII e papa Pacelli. In queste pagine si raccontano i drammi dei vescovi, dei sacerdoti fedeli alla Chiesa, dei metodi incarcerazione ed eliminazione fisica posti in atto verso i fedeli alla Chiesa.

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