Il profilo del cardinale Colombo quale insegnante e rettore del Seminario, partecipe attento e competente ai dibattiti teologici del suo tempo

di Claudio STERCAL

Il cardinale Giovanni Colombo è stato certamente un grande Arcivescovo. Non solo, però, un grande Arcivescovo. Si può, forse, dire: un grande Arcivescovo perché è stato un ottimo educatore, un raffinato uomo di cultura e, a lungo, anche un apprezzato docente di Teologia spirituale. Insegnò, infatti, questa disciplina per venticinque anni, dal 1938 al 1963, nel Seminario arcivescovile di Milano. Nel 1918, alla Pontificia università Gregoriana, la disciplina era stata inserita tra i corsi di teologia, per evitare che gli studenti, dopo molti anni di studi, rimanessero a «digiuno dei veri principi della vita spirituale».

Il professor Giovanni Colombo interpretò con intelligenza quel compito. Lo fece da uomo di studi: ordinato sacerdote nel 1926, si era laureato nel 1932 in Lettere, presso l’Università cattolica del S. Cuore, dove aveva insegnato per un breve periodo Lingua e Letteratura italiana. Lo fece da educatore: nel 1939 venne nominato rettore del Seminario liceale di Venegono e nel 1953 divenne Rettore maggiore dei Seminari milanesi. Le sue qualità intellettuali ed educative influirono positivamente sul suo modo di insegnare la Teologia spirituale.

Partecipò attivamente ai dibatti teologici che la disciplina si trovò ad affrontare. Quello sulla sua unità: la vita cristiana non può essere divisa tra due momenti o due itinerari – quello ascetico e quello mistico -, ma ha una sua obiettiva unità, meglio espressa dalla denominazione “Teologia spirituale”. E quello sul suo metodo: non vi è un’alternativa tra il metodo “deduttivo” (dai principi) e il metodo “induttivo” (dall’esperienza) ma, come egli scrive con equilibrio, «una Teologia Spirituale che vuole essere solida e completa deve abbracciare oltre le deduzioni dai principi rivelati anche le induzioni dalla storia e dalla esperienza».

L’attenzione ai dibattiti teologici si incontrò felicemente con la sua grande sensibilità umana e pedagogica. Nel 1945, quando tutto sembrava crollare, affermò con lucidità che la strada da seguire era quella della formazione spirituale: «Vedete bene che ora è la fine di un mondo. Tutto crolla tra fiamme e fragori. E i crolli più immani non sono quelli che si vedono e si sentono: avvengono silenziosamente nel segreto delle coscienze, facendovi tenebra e deserto. Bisognerà incominciare da capo: c’è un mondo da rifare e riconsacrare. Quando Cristo volle rifare e benedire il mondo, ha cominciato a formare dodici Apostoli. Anche adesso non c’è altra via migliore. Occorrono apostoli, e occorre formarli pari all’ardua impresa che li aspetta. Nessun bisogno della Chiesa è più importante e più urgente di questo».

Non è allora difficile comprendere l’obiettivo cui mirava l’insegnamento di Colombo. Lo si intuisce rileggendo le caratteristiche che riteneva necessarie per accostare la controversa esperienza del mistico gesuita Jean-Joseph Surin (1600-1665). A suo giudizio, occorreva essere cristiani maturi, dotati di una vera «virtù intellettuale» alla quale andava unito «un desiderio cordiale di vita senza limite e un ardimento che non indietreggia di fronte a qualsiasi rinuncia». Era necessario cioè essere tra «quelli a cui il sufficiente e il mediocre non bastano perché aspirano al massimo e all’ottimo, gli sdegnosi del poco e del tanto che non possono quietarsi se non in Colui che è tutto». Un itinerario che lui stesso ha percorso. Prima come docente e poi come Arcivescovo, ha cercato, per tutta la vita e con tutto se stesso, Colui che è tutto.

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