L’analisi del Vicario episcopale alla vigilia della visita del cardinale Scola

di Pino NARDI

Duomo di Milano

«Milano è una città europea, multireligiosa, multietnica, multiculturale. A questo articolato universo di relazioni e bisogni si rivolge il volontariato – davvero significativo – di ispirazione sia cattolica, sia laica. Milano è città a vocazione fortemente ecumenica e interconfessionale: sono presenti numerose Chiese cristiane non cattoliche. Queste e altre risorse possono e devono essere valorizzate e messe in rete in occasione del VII Incontro mondiale della famiglie. Milano, soprattutto in questa occasione, deve riscoprire il suo originale tratto cordiale, umano e accogliente». Monsignor Erminio De Scalzi, vescovo ausiliare e vicario episcopale per la Zona pastorale I, riflette sulla metropoli che cambia. Un’analisi che proporrà al cardinale Scola, che martedì 8 novembre concluderà nella metropoli il suo giro nelle sette zone pastorali.

Una realtà, quella cittadina, di tutto rispetto, anche se non sono poche le situazioni di sofferenza: 171 parrocchie (30 affidate a religiosi), 8 Comunità pastorali costituite e 10 in preparazione; 5 prefetture che raggruppano i 21 decanati; 617 sacerdoti, di cui 386 con incarichi pastorali nelle parrocchie (di cui 66 vicari per la pastorale giovanile e 64 insegnanti di religione) e 231 con incarichi pastorali (Curia, Biblioteca Ambrosiana, Capitolo Metropolitano, Cappellanie ospedaliere); 1485 suore e religiose, 487 religiosi e 24 diaconi permanenti.

Quale volto di comunità cristiana incontrerà il cardinale Scola nella Zona pastorale I?
Ritengo che la Zona di Milano sia quella che più di ogni altra obblighi a ripensare la pastorale. Infatti è mutato il contesto in cui la comunità cristiana si trova ad annunciare il Vangelo. Parliamo di una condizione di minoranza: è un fatto che però potrebbe trasformarsi in una chance, se questa minoranza fosse convinta dalla fede personale. Quindi non si può escludere una diminuzione numerica di “persone”, di “opere cristiane”. La città perde pratica religiosa, ma quello che si perderà sul piano dei numeri, si spera, lo si potrà guadagnare sul piano della qualità: della fede, più personale e convinta; delle opere, più significative ed evangelizzanti. Questo deve portare “un rinnovato slancio” di missionarietà e un adeguamento degli strumenti pastorali alla logica del Vangelo sempre meno a quella del mondo.

Eppure da decenni si riflette sulla secolarizzazione della grande metropoli. Oggi da questo punto di vista c’è qualche differenza rispetto al passato?
Guardi, la situazione attuale non è più sfavorevole all’annuncio del Vangelo di quella di un tempo. Non c’è contrarietà: ma la sfera degli indifferenti è quella di gran lunga la più numerosa e si trova tanto tra i credenti quanto tra i non credenti. Perciò occorre una pastorale più di missionarietà, che privilegi i rapporti personali e che proponga l’essenziale della fede.

Ma per questa azione missionaria di evangelizzazione va ripensata l’attuale organizzazione ecclesiale?
Devo dire che a Milano città la parrocchia resta ancora la base insostituibile per ogni azione pastorale e di evangelizzazione. Tuttavia deve persuadersi che da sola essa non è tutta l’attività della Chiesa. Di qui la necessità che la parrocchia si apra a dimensioni più larghe, che la comunità cristiana in città interagisca con tutte le realtà ecclesiali presenti sul territorio e trovi il modo di rapportarsi con le diverse proposte di altri attori della vita della Chiesa.

Infatti a che punto è la “pastorale d’insieme”?
La pastorale “d’insieme” è il prendere la giusta misura della Chiesa di domani e di ciò che essa è già oggi. Un cambiamento di questa portata va pensato, preparato e attuato. Occorre innanzitutto “un cambiamento di mentalità”. Si tratta di avere una visione diversa dello stesso ministero ordinato nella Chiesa. È indispensabile la riscoperta della corresponsabilità e della ministerialità laicale. Anche per la “rarefazione” dei sacerdoti e l’assotigliamento delle comunità cristiane si impone necessariamente un ripensamento e una strategia comune. Anche se c’è un tenace individualismo pastorale, un senso di autosufficienza parrocchiale, una paura del nuovo. Nonostante questo le Comunità pastorali in città sono 8 e ben 10 sono in preparazione.

Quali sono i problemi oggi più significativi vissuti nella metropoli?
Milano è il cuore della comunità diocesana e insieme è metafora della modernità: in essa vengono messi alla prova il nostro coraggio evangelizzatore, la nostra intelligenza nell’interpretare il presente e il futuro. Milano è un ambiente umano nel quale nascono e si sviluppano notevoli patologie sociali che interpellano la comunità cristiana: criminalità, disagio, marginalizzazione, sofferenza… La città, pur conservando in parte un tradizionale e riconoscibile volto identitario, è lentamente mutata specialmente in alcuni aspetti. A partire dagli abitanti: sono in diminuzione i residenti e aumentano i pendolari. Crescono anche i turisti e coloro che raggiungono la città nelle sere del week-end, per momenti di svago e tempo libero. Poi sono numerosi gli immigrati che caratterizzano in modo evidente certi quartieri. Altrettanto numerose le persone sole e gli anziani.

Però Milano sta cambiando pelle anche nel lavoro: la crisi economica si fa sentire molto…
Certo. È venuta meno la città industriale e operaia e si è diffusa la società tecnologica, quella del terziario, della comunicazione e della moda. Moltissimi lavoratori provengono da lontano: sono immigrati che però rappresentano una risorsa più che un problema. Milano è multiforme: da una parte la città del lavoro che manca (il precariato è molto diffuso); dall’altra del “lavorismo”, cioè del lavoro, della carriera e del guadagno economico visti come unici criteri di orientamento della vita.

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