Il direttore della Caritas Ambrosiana interviene in occasione della tavola rotonda che lunedì 2 luglio a Milano presenterà il Rapporto della Commissione del Senato sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei Cie

di Luisa BOVE

Caritas Ambrosiana e Senato della Repubblica unite per presentare domani pomeriggio il Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per migranti. «Abbiamo pensato di organizzare questo momento per tre motivi – spiega don Roberto Davanzo, direttore della Caritas -. Primo, da sempre siamo sensibili a queste tematiche. Secondo, il Rapporto della Commissione del Senato tocca la questione degli istituti di pena e dei Cie, altro nervo scoperto sul quale ci piace richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica. E terzo, ricordiamo un anniversario importante perché il 27 giugno 1987, quindi 25 anni fa, entrava in vigore la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura».

Le questioni sono tante. Da dove partirete?
C’è una grave precarietà negli istituti penitenziari, cioè una violazione della legalità, che trova le sue ispirazioni nella Costituzione, nelle leggi dello Stato, negli atti adottati dalla comunità internazionale… In particolare la convenzione contro la tortura, che l’Italia aveva subito sottoscritto, non è mai stata attuata in pieno, perché non è previsto uno specifico reato. Nel penitenziario di Asti, per esempio, alcuni agenti penitenziari sono stati assolti perché non esiste un reato che li possa condannare.

Nelle carceri italiane resta il problema del sovraffollamento, ancora più pesante nei mesi estivi. A San Vittore in questi giorni i detenuti stanno facendo lo sciopero della fame…
Il sovraffollamento è quasi una forma di tortura, perché quando si costringono persone in una cella di pochi metri quadrati è violato il rispetto della dignità. Nel Rapporto è scritto che le leggi dello Stato, in particolare la Costituzione italiana, prevede che ci possano essere condizioni per cui privare le persone della loro libertà, ma non c’è costituzione, legge o Paese al mondo che possa prevedere per una donna o un uomo la privazione della propria dignità.

Oggi si parla tanto di misure alternative e di lavori socialmente utili, non solo come “svuotacarceri”, ma per offrire percorsi di rieducazione…
Le statistiche sono eloquenti: i detenuti che nelle carceri italiane non beneficiano di misure alternative hanno una recidiva superiore al 70%, gli altri non vanno oltre il 15%. Anche i costi per la collettività sono altissimi: ogni detenuto costa al giorno circa 200 euro, se poi questa spesa non genera nemmeno un risultato siamo davvero alla follia.

La situazione nei Centri di identificazione ed espulsione dei migranti non è certo migliore…
Anche nei Cie esiste una forma di tortura e di negazione della dignità della persona. Qui gli stranieri vengono reclusi a volte senza aver commesso alcun reato, se non quello di essere irregolari presenti sul territorio nazionale. Si tratta spesso di giovani, privi di documenti, che rimangono nei centri fino a 18 mesi, mentre si cerca di identificarli per poi poterli espellere, ma lo Stato italiano deve prima stipulare un accordo con il Paese di origine. Alla fine i ragazzi ricevono una specie di foglio di via, ma restano sul nostro territorio; essendo irregolari non possono avere un lavoro e rischiano di favorire il mercato clandestino.

In tutto questo la Caritas cosa fa?
A livello nazionale ci siamo sempre dichiarati contro questa forma di restrizione della libertà delle persone. Intanto cerchiamo di rendere meno disumane le loro condizioni. Attraverso una convenzione con la Prefettura di Milano abbiamo ottenuto di poter mandare nostro personale all’interno del Cie di via Corelli per stare accanto a queste persone.

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