La Chiesa locale si è riunita ieri sera per la veglia di preghiera presieduta dal Vicario generale, monsignor Carlo Redaelli. Con le testimonianze, i salmi, i canti, la processione, si è manifestata quella devozione popolare che ha fatto salire il parroco di Chiuso agli onori dell’altare

di Marcello VILLANI

La voce di Alessandro Manzoni, che nei suoi scritti volle dare «splendore perpetuo di fama» a don Serafino Morazzone, unita a quella di centinaia di testimoni e alla devozione popolare, ha fatto salire il parroco di Chiuso agli onori dell’altare. Venerazione religiosa e silenzioso stupore davanti a un santo che ancora oggi esistono, come ha testimoniato la comunità lecchese riunita ieri sera nella Basilica di San Nicolò a Lecco, per la veglia di preghiera in preparazione alla beatificazione di Don Serafino.
Una veglia fortemente sentita dai presenti, intercalata da testimonianze, quelle raccolte nei quasi due secoli dalla morte del Morazzone alla beatificazione, salmi, canti (suggestivo il coro e l’accompagnamento del flauto traverso solista e dall’organo) e la processione di quattro ceri accesi sull’altare, ciascuno a simbolizzare quattro luci di cui risplende la santità di Don Serafino. Luci che attraversano i secoli e arrivano fino a noi oggi: la sua amicizia con Dio, la passione per la preghiera, l’amore per i poveri e per la povertà, il fuoco per le anime. Fanali che irradiano la Chiesa del terzo millennio, o meglio «note musicali cantate da Don Serafino sullo spartito del Vangelo delle beatitudini: spartito che anche noi possiamo cantare: perfettamente, solo in cielo. Ma tutti, già qui, fin da ora, sulla terra: e allora saremo “beati”, il nostro cuore sarà pieno di gioia e di pace» ha affermato il Vicario generale della Diocesi, monsignor Carlo Redaelli, che ha presieduto la veglia accanto al Vicario episcopale della Zona pastorale III, monsignor Bruno Molinari, e al prevosto di Lecco, monsignor Franco Cecchin. «Ascoltando il Vangelo delle Beatitudini – ha commentato monsignor Redaelli – intuisci l’abisso di gioia e di pace che sta dietro di esse. Ma pensi anche che siano irrealizzabili. I beati però, che sono più di quelli che credi, ossia quelli sugli altari, dicono che il Vangelo delle Beatitudini è “vero”, è possibile: può e deve essere vissuto da tutti. Ciascuno nel suo tempo, nel suo modo, nella sua vocazione. Oggi, quasi due secoli dopo don Serafino, il mondo e la Chiesa sono cambiati. Eppure oggi possiamo vivere ancora lo stesso Vangelo delle Beatitudini lì dove il Signore ci ha posti. Lasciamoci toccare da una nota particolare della vita del Beato Serafino: viviamo anche noi, così, le beatitudini».
La cerimonia di beatificazione significa proprio questo: «Che l’esempio di un parroco acclamato “santo” a furor di popolo, ma destinato altrimenti a cadere nell’oblio, viene con la Beatificazione donato alla Chiesa come esempio, non solo per i fedeli della Chiesa locale, ma per tutti. Una dono, appunto per tutta la Chiesa cattolica» fa notare monsignor Cecchin, che ha sostenuto vivamente negli ultimi anni il felice epilogo della causa di Beatificazione del curato di Chiuso, il piccolo rione alle porte di Lecco di manzoniana memoria, dove la comunità si appresta ad allestire un museo dedicato al Beato e a rilanciarne la figura esemplare.

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