Aperto l’Anno accademico, la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale tiene ora il suo Convegno annuale. Il preside, monsignor Pierangelo Sequeri, illustra le peculiarità e le potenzialità di questa realtà

di Annamaria BRACCINI

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Una presenza non puramente simbolica o astratta nella città, ma una realtà che si può rivelare uno straordinario alleato per affrontare, anche nella metropoli, le sfide attuali. È la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale (Ftis) che, dopo l’inaugurazione dell’Anno accademico aperto dal cardinale Angelo Scola, si proietta verso il suo Convegno annuale.

«Anche se la Facoltà lavora ad ampio raggio, il suo essere inserita nel tessuto urbano di Milano è molto importante, corrispondendo, in questo, a una vocazione della città dalle dimensioni non di megalopoli, ma di metropoli con una sua tradizione ancora riconoscibile, “a misura d’uomo” e dunque a misura “di umanesimo” -spiega il preside monsignor Pierangelo Sequeri, teologo di fama internazionale -. Trattandosi, poi, di una Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, la sua realtà di “nodo collettore di rete”, può renderla ancora più significativa, considerando anche le sedi parallele e il collegato Istituto superiore di scienze religiose di Milano».

Molti pensano che la Facoltà sia frequentata solo da sacerdoti, religiosi e suore. Si può dire che, invece, è luogo dove studiano moltissimi laici e, soprattutto, dove si forma la coscienza di una comunità di credenti?
Abbiamo l’handicap di essere non un’Università, ma una Facoltà, e ciò può disorientare la conoscenza che il pubblico ha di noi. Tuttavia mi sembra molto rilevante che nel cuore di Milano vi sia uno spazio universitario di base e di alti studi, da cui oggi dipendono tre “filoni” assai consistenti: la qualificazione degli insegnanti di religione, la formazione culturale di base per operatori pastorali e la preparazione specialistica di laici e sacerdoti che intendono sviluppare una professione teologica.

Oltretutto i numeri della Ftis non sono di poco conto: decine di insegnamenti, più di ottocento iscritti e ottanta docenti…
Sono cifre che anche qualche Facoltà umanistica non teologica si augurerebbe di avere. Per contro, la nostra immagine è ancora ridotta e, spesso, la gente non sa come identificarci ricorrendo all’idea di una sorta di Seminario nel centro cittadino. Mi piace dire, invece, che siamo una grande realtà in una piccola icona.

Una maggiore visibilità aiuterebbe anche per la «responsabilità del tutto particolare nell’opera di evangelizzazione che hanno la Facoltà teologica e l’Istituto superiore di scienze religiose», come ha sottolineato il Cardinale all’inaugurazione dell’anno accademico?
Senza dubbio. Essere conosciuti in modo corretto farebbe bene anche alla Teologia nel suo complesso e, quindi, è un obiettivo che deve essere desiderato e perseguito da tutti i credenti. È chiaro che, sempre di più, la qualità della presenza del cristianesimo nella città sarà affidata anche alla consapevolezza e alla vivacità intellettuale dell’interpretazione della fede. In questo, la vocazione della Facoltà è appunto di diffondere sul territorio le competenze utili a creare una cultura capace di dialogare con il presente. Il rischio, se si separa il mondo teologico da quello operativo – pure fondamentale – della pastorale o della carità, è che si finisca per considerare il cristianesimo unicamente come una sorta di “Crocerossa urbana”. Non a caso, la modernità pone una grave sfida all’umanesimo tradizionale dell’Europa che, prima o poi, dovrà decidere se vi è ancora spazio per una formazione legata al pensiero umanistico, alla conoscenza della storia, all’interpretazione dei Testi. È evidente che, oggi, la Teologia deve essere identificata come un alleato formidabile in vista anche della formazione della qualità della cittadinanza.

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