Una straordinaria mostra a Palazzo Reale celebra i 1700 anni dell'Editto di Milano sulla libertà religiosa. Protagonista assoluto, l'uomo che "rifondò" l'impero romano determinando con le sue scelte una svolta fondamentale per l'umanità.

di Luca FRIGERIO

Costantino

Intelligente, lungimirante, tenace. Ma anche spietato, calcolatore, opportunista. Di tanti protagonisti delle umane vicende, si sa, non si possono fare che ritratti a chiaroscuro… E l’imperatore Costantino non fa eccezione. Con una precisazione, tuttavia: e cioè che nessuno, probabilmente, ha meritato il titolo di "Grande" come lui. Per le sue scelte epocali, per la sua visione politica, per le sue innovazioni determinanti. «A parte Cristo, Buddha e il profeta Maometto – ha scritto lo storico John Julius Norwich -, Costantino può legittimamente aspirare a essere considerato l’uomo più influente di tutta la storia». Davvero non poca cosa.

Fu proprio Costantino, con il celebre “editto” del 313, a concedere libertà di culto ai cristiani, che stavano ormai diventando maggioranza nell’impero. Una svolta epocale, che oggi, a 1700 anni da quell’evento, viene ricordata a Milano con una grande mostra, ideata dal Museo Diocesano in collaborazione con forze diverse, dalle università lombarde ad alcuni dei più prestigiosi musei del mondo. A Palazzo Reale, infatti, sono esposte oltre duecento opere, dai piccoli bronzi ai ritratti ufficiali, dagli oggetti d’arredo ai simboli del potere, dalla nuova iconografia religiosa alle sopravvivenze dell’eredità classica: un percorso storico e artistico che, con particolare attenzione alla Mediolanum capitale dell’impero, illustra ed evidenzia come proprio durante il dominio costantiniano furono poste le basi di una nuova civiltà: le origini stesse dell’Europa.

Costantino, infatti, negli elogi di Lattanzio e di Eusebio di Cesarea, fu riconosciuto come il primo imperatore romano cristiano. Proprio per quell’editto di Milano, certo. Ma anche perché, ad esempio, autorizzò la costruzione delle prime basiliche cristiane a Roma, chiamando a corte vescovi e teologi come consiglieri. Tanto che, autoproclamatosi in vita «pari agli Apostoli», alla sua morte fu venerato come santo dalla Chiesa d’Oriente. Eppure sulla conversione di Costantino alla fede cristiana si continua a discutere… Il suo fu soltanto un abile opportunismo? La sua scelta religiosa fu dettata principalmente da ragioni di Realpolitik? Forse non lo sapremo mai con esattezza. Ma quel che è certo, è che sarebbe un errore cercare in Costantino i tratti di una purezza teologica, anacronistica in quel momento. Egli fu, piuttosto, l’artefice di un progetto religioso e politico rivoluzionario, perseguito con chiarezza e sagacia, destinato a cambiare radicalmente il volto di una società e di un’epoca.

Il cristogramma, e la mostra milanese ne presenta diversi esempi, divenne ben presto uno degli emblemi del nuovo impero. È la sovrapposizione delle prime due lettere greche, X (Chi) e P (Ro), che compongono il nome di Cristo. Quello stesso simbolo che, secondo la tradizione, apparve a Costantino alla vigilia della cruciale battaglia del Ponte Milvio contro Massenzio: «In hoc signo vinces», con questo segno vincerai.

A un uomo così, perfino Roma sembrava andare stretta. Perché i suoi piani potessero trovare piena attuazione, Costantino non esitò a fondare una nuova capitale, sul Bosforo in Oriente: inaugurata nel 331, la Nuova Roma, poi chiamata semplicemente Costantinopoli, avrebbe dovuto essere la materializzazione dei nuovi tempi, con una nuova urbanistica, una nuova architettura, una nuova società. L’ebbrezza d’onnipotenza di costruire dal nulla un nuovo impero.

E poi la riforma economica, con la creazione di una moneta unica, forte, basata sul solidus, appunto, che ha generato il termine “soldo”. La ricostruzione delle strutture amministrative e di quelle militari, più snelle e gerarchiche. Il culto della personalità, che con Costantino raggiunse vertici probabilmente insuperati, e che forse in parte spiegano anche il vivo interesse dell’imperatore per la questione del monoteismo, con le sue implicazioni politiche oltre che religiose.

Una nuova età non poteva che essere espressa anche da una nuova arte. “Nuova” davvero, si badi, perché troppo spesso si è parlato e si parla di “decadenza” per questo periodo storico, come se gli artisti del IV secolo e dei secoli successivi non fossero più in grado di imitare lo stile degli antichi. Ma in verità non fu la maestria a venir meno. A cambiare radicalmente fu l’approccio stesso all’arte e alla realtà. Che non poteva più accontentarsi del fattore estetico, del visibile, aprendosi invece all’ineffabile, al Mistero che va oltre, nel tentativo di comunicarlo agli uomini. Perché quella cristiana, con Costantino o senza, fu davvero una rivoluzione totale.

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