Un fulmine, tre anni fa, causava un incendio che danneggiava i dipinti dell'antica chiesa di San Donato, uno dei monumenti artistici più importanti della provincia di Varese. Oggi la campagna di interventi si avvia a conclusione, grazie all'iniziativa "Adotta un affresco".

di Luca FRIGERIO

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Il 21 aprile 2012 un fulmine colpì il campanile dell’abbazia di San Donato a Sesto Calende. L’incendio che ne seguì provocò danni alla torre e i fumi annerirono le murature della chiesa, pregiudicando soprattutto le superfici affrescate. Da allora la locale comunità pastorale si è impegnata in un intervento di manutenzione straordinaria dello storico edificio: lungo, complesso e oneroso. Ma i risultati sono davvero incoraggianti.

Tra il “dire” e il “fare” c’è di mezzo il… “donare”, si è detto infatti il parroco don Luigi Ferè, considerando la necessità di restaurare decine e decine di metri quadri di pregevoli pitture, a fronte di una spesa decisamente importante. Un’impresa per la quale, fin dall’inizio, è apparso evidente che occorreva il contributo di tutti, piccolo o grande.

Ecco dunque l’idea, forse non proprio “inedita”, ma certamente efficace: lanciare una campagna di “adozione” per ognuno degli affreschi oggetto dell’intervento di ripulitura. Così che ora, grazie alla lungimirante generosità di molti, si va verso il completamento dell’opera.

E davvero merita di tornare a splendere, l’antica abbazia di Sesto Calende, monumento artistico e architettonico fra i più illustri della provincia di Varese.

Fondata attorno all’850, durante il regno carolingio di Lotario, la chiesa di San Donato fu interamente rifatta in forme romaniche tra la fine dell’XI secolo e i primi anni del XII, da maestranze che avevano ben presente il grande cantiere della basilica milanese di Sant’Ambrogio. E che tuttavia ripresero qui anche soluzioni e modelli tipici dei templi eretti in quello stesso periodo a Pavia, sotto la cui giurisdizione episcopale, del resto, era posta proprio l’abbazia di Sesto (e tale rimase fino al 1820).

Ma anche la vicinanza con le terre piemontesi ha avuto il suo influsso sulla costruzione di questa chiesa, che appare dunque del tutto particolare nell’ambito dell’architettura romanica lombarda. E che mantiene, peraltro, uno dei rari esempi di nartece giunti fino a noi: concepito in origine aperto con tre arcate sulla fronte e due sui lati, è stato successivamente chiuso, così che oggi appare in pratica come un ampliamento di due campate dell’edificio stesso.

L’interno è a tre navate, ma l’impianto medievale è stato in gran parte modificato da interventi successivi. Splendidi capitelli romanici, così, “convivono” in San Donato con espressive pitture del Quattro e del Cinquecento. Come la cosiddetta Madonna dei limoni, dove alla Vergine col Bambino – attorniata dal Battista e dai santi Sebastiano, Rocco e Cristoforo – fa da sfondo una pianta con i caratteristici agrumi. O come la vivace Disputa di santa Caterina di Alessandria, di mano dello Zenale. O ancora come i dipinti attribuiti a uno dei più celebri allievi di Leonardo da Vinci, quel Cesare che proprio qui, a Sesto Calende, ebbe i natali…

Tutte opere che sono state attentamente restaurate in questi anni, appunto. Ma oggi gli interventi si concentrano nell’area del presbiterio, e quindi sugli affreschi settecenteschi raffiguranti il patrono della chiesa sestese, Donato, ma anche altri santi come Siro e Gandolfo, oltre che una ricca galleria di immagini allegoriche.

Lavori che portano la firma dei fratelli Giulio e Giuseppe Baroffio, varesini, operosi nella loro terra d’origine ma anche in Canton Ticino e a Pavia, ed esponenti di un indirizzo stilistico fortemente tardobarocco, con un’attenzione marcatamente architettonica delle inquadrature.

Anche se il contributo di maggior spicco, in questo contesto, appare quello di Biagio Bellotti, interessante e poliedrica figura d’artista, uno dei “giganti” della pittura lombarda del XVIII secolo, seppur ancora da riscoprire come merita.

Nato tre secoli fa a Busto Arsizio, il Bellotti fu ordinato sacerdote a Milano, dove entrò in contatto con i migliori pittori dell’epoca, dal Legnanino al Magatti, fino al Tiepolo, del quale è considerato il miglior allievo ambrosiano. Imponendosi, tuttavia, per uno stile decisamente personale, “musicale” nel ritmo narrativo (fu, del resto, anche apprezzato compositore ed organista), accattivante nel gusto rococò.

Come si può ammirare proprio nei suoi affreschi in San Donato, che oggi finalmente rinascono a luce nuova.

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